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TERRORE E TERRORISMO

TERRORE E TERRORISMO

La storia del secolo appena trascorso è una storia, nei suoi eventi caratterizzanti, di terrore e di terrorismo.
Terrore del potere costituito, terrorismo da parte di chi quel terrore intende combattere. Terrore, economico, fisico, psicologico, morale, ideologico.
Il secolo appena trascorso ci ha lasciato in eredità un accumulo di violenza che è oggi parte integrante, costitutiva della vita di questo pianeta.
Violenza sulle cose e sugli esseri viventi.
L’umanità di questa nostra epoca sembra essere caduta in una trappola mortale, imprigionata in un meccanismo incontrollabile, irrazionale, disarmante.
Denaro e potere tendono ad escludere dall’attuale orizzonte politico e culturale ogni altra forma di progetto esistenziale.Ad essi si accompagnano la cinica menzogna, l’intolleranza e la vocazione a delinquere.
Potere e ricchezza, lo sappiamo, sono parte della storia millenaria dell’umanità.
Ma mentre in passato le conseguenze di questa appropriazione rimanevano circoscritte e non intaccavano forme peculiari di civiltà e di economia locali, oggi travolgono e stravolgono ogni angolo della terra, violando in profondità modi di essere e di pensare.E’ una furiosa tempesta distruttiva che al posto della dignitosa povertà, lascia degradante miseria; al posto di comunità secolarmente fondate, lascia disgregazione e corruzione; al posto di pur modeste economie locali, lascia devastazioni naturali, malsanità, schizofrenia individuale e collettiva.
A ciò si deve aggiungere la pretesa “democratica” di forme statali e di governo a immagine e somiglianza della parte più ricca e “progredita”.
Una forma camuffata di integralismo e di neocolonialismo che si viene a scontrare tragicamente con altre forme di integralismo politico e religioso.
A partire dal quel tragico settembre 2001, per un momento, credo, ci siamo illusi che la tragedia delle Torri gemelle di New York avrebbe spinto i potenti della terra ad una lungimirante meditazione sui tanti perché che essa proponeva; che quell’azione disperata e terribile avrebbe fatto capire che non è più possibile governare il mondo senza princìpi morali, senza un fondamento etico imperativo: impiegare tutte le energie materiali e spirituali per cominciare a dipanare il groviglio di cause che scatenano la violenza, internazionale e regionale, individuale e di gruppo, visibile e invisibile.
Non è più solo questione di giustizia sociale, di vere o presunte libertà, di ipocriti interventi “umanitari”, oggi è in gioco la sopravvivenza, il diritto primario alla vita, cioè al nutrimento, alla casa, agli affetti, alla sicurezza, al lavoro pacifico e solidale.
Tutto, invece, procede come da sempre, opponendo strage a strage, distruzione a distruzione, crudeltà a crudeltà.La catastrofe nucleare in Giappone è un ennesimo avvertimento:siamo di fronte ad una immane tragedia, tutto il mondo è minacciato dalle radiazioni atomiche, l’umanità è chiamata a risolvere enormi problemi di ogni ordine e grado, e i caporioni Occidentali, con l’Italia che gli tiene la coda, decidono di accaparrarsi il petrolio di Gheddafi a forza di bombardamenti.
E non ci sono solo gli orrori dello sterminio, c’è anche l’orrore dei proclami inconsulti, della grida isteriche della parte più proterva dell’umanità:gli sciacalli, i farisei, i ruffiani, i lacchè di tutte le risme, quelli che appaiono in TV a soffiare sul fuoco della guerra, a difendere l’ignominia, a intimorire la parola saggia, a minacciare il buon senso di chi non si schiera con il loro interessato grido di vendetta.
Dobbiamo ricominciare daccapo:una ricerca, un ripensamento radicale dei fondamenti culturali della “modernità”, della cosiddetta civiltà occidentale.
Politica, etica e politica, libertà, giustizia, umanità e natura, e poi: che senso ha la vita su questa terra?Agire ricercando un’ alternativa politica e culturale:le idee e gli strumenti di cui sinora ci siamo serviti, sembra siano diventati ferri vecchi.
NICOLA LO BIANCO

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La violenza invisibile

LA VIOLENZA “INVISIBILE”
Ci sono dei momenti, personali o storici, in cui siamo costretti a pensare o a ripensare a certi aspetti della nostra vita o della vita collettiva.
Oggi stiamo attraversando un periodo di grande confusione, forse di transizione, sicuramente un periodo di sommovimento e di scompaginamento economico e sociale.
I vecchi significati delle parole non sembrano dare compiute spiegazioni dei tanti fenomeni che ci lasciano interdetti.
Ad es. , la violenza che non è solo quella fisica, diretta, evidente;c’è anche una violenza occulta, diciamo così, anonima, che come tale viene misconosciuta.
La violenza, si sa, è sempre esistita. Con le sue tante efferatezze e crudeltà ha segnato la storia dell’umanità fino agli orrori dei campi di concentramento, fino agli eccidi e alle fosse comuni dell’altro ieri, nel bel mezzo della “civilissima” Europa, sulle sponde “civilizzate” del Mediterraneo.
Da secoli, tra roghi, torture, esecuzioni, assistiamo a un accanimento concentrato sui corpi, fino allo sfinimento, fino all’abiezione fisica.
Tra violenza privata e, diciamo così, politica , siamo immersi in un flusso di brutalità incontrollata:dal linguaggio alla gestualità, dall’aggressione all’eliminazione fisica, dall’informazione distorta e spesso bugiarda, all’arroganza prepotente del privilegio:oggi la violenza sembra annidarsi ovunque, ha mille volti, mille cause, mille risvolti.
E’ come se venisse a mancare quella trama di pensieri e sentimenti che trattiene dalla sopraffazione.Come se il controllo delle proprie azioni fosse demandato unicamente all’individuo, a ciascuno di noi, alla sua maggiore o minore consapevolezza.
Qui, in particolare, vogliamo soffermarci su quella che potremmo definire violenza “invisibile”, quella violenza cioè che è vera, reale e concreta, ma che non viene riconosciuta come tale.
Nell’epoca del cosiddetto neoliberismo, la vita in genere, sembra prendere norma, misura, pregio e dispregio, non più da un sistema di princìpi e valori più o meno condivisi, ma da un cieco meccanismo apparentemente neutrale che chiamiamo economia.
Un’economia che è così intrinseca e totalizzante che dalle sue scelte, immediatamente e direttamente, dipende il destino di chi si trova ad abitare il nostro pianeta.
Per avere un termine di paragone, per capire l’ampiezza la profondità dello stravolgimento in atto, potremmo ricordare che ancora sotto la dittatura fascista il mondo contadino, nei modi di produzione e nello stile di vita, quasi non risentì, almeno nel Mezzogiorno, i mutamenti sopravvenuti.
Ancora qualche decennio fa l’economia era subordinata a un progetto politico complessivo, i cui protagonisti si assumevano la relativa responsabilità.
Ai nostri giorni sembra accadere il contrario:la politica non più protagonista, ma ancella di un sistema economico predominante e incontrollabile.
La nostra quotidianità è assediata da un linguaggio che non ci appartiene, che contrasta con la nostra esperienza, che ha il timbro della minaccia incombente:
debito pubblico, finanza, fiscalità generale, evasione, elusione…, oltre a una terminologia tecnica inglese che sembra fatta apposta per disorientare:spread, rating, spending review, fiscal compact…
Dietro queste espressioni che traducono manovre per noi inaccessibili, è difficile raffigurarsi una qualche forma di violenza.
Eppure, quello che una volta erano bombe, cannoni, terrore fisico, oggi sembra sostituito dall’economia, anonima, indiretta, spietata, capace di distruggere senza colpo ferire, per cui, giuridicamente, non qualificata come reato, e moralmente misconosciuta come violenza:una violenza per l’appunto “invisibile”.
Le conseguenze sono quelle che stiamo vivendo:precarietà, lavoro nero, disoccupazione, ricatti morali, paura, degrado del territorio e dell’ambiente:uno scenario, per certi aspetti, da dopoguerra.
Si ha l’impressione che l’ampiezza e la complessità della vita vengano ridotte a puri calcoli di ragioneria aziendale.
Come definire,per fare solo l’esempio più rilevante, la decisione della FIAT di chiudere i suoi stabilimenti in Italia?
Senza alcuna ponderazione, se non di calcolo di ricchezza privata, si sconvolge con un atto d’imperio l’esistenza di milioni di persone, si sottrae l’indispensabile, da un giorno all’altro crollano sicurezza e fiducia nel futuro, si costringe ad una vita di precaria sussistenza.
Piccole e grandi città vengono private di tutti quei sostegni, economici e relazionali, che ne determinavano valore e prestigio, aggregazione sociale e consuetudini di convivenza.
E’ come se venissero spezzate tutte quelle fila che bene o male reggevano la comunità:si viene a diffondere un senso di isolamento e di solitudine, ognuno si arrangia come può, si moltiplicano gli atti illegali e gli episodi di violenza, questa sì, fisica, o contro gli altri o contro se stessi:quanti sono i suicidi indotti?
Chè non è solo un fatto di sostentamento, mangiare o non mangiare, chè non mancano certo le organizzazioni caritatevoli pronte al soccorso.
Dobbiamo concretamente raffigurarci le persone e la loro trama di vita:panico psicologico, identità sociale, impegni da onorare, dignità personale, abilità e capacità lavorative inerti, giornate che trascorrono senza senso, cura e futuro dei figli sviliti:un’espropriazione di tutto ciò che rende possibile e degna la vita.
Uno sconvolgimento quotidianamente denunciato, una piaga sociale conclamata,
considerati tuttavia come eventi ineludibili, necessari, inarrestabili.
Mai quasi mai come una forma di violenza vera e propria, come un vero e proprio reato al pari dei tanti reati riconosciuti e perseguiti.
Non siamo economisti, ma da buoni cittadini capiamo le parole del fondatore della nonviolenza nel Novecento, il mahatma Gandhi: “…ci sarebbe abbastanza per soddisfare i bisogni di ciascuno, ma non abbastanza da saziare l’ingordigia di qualcuno”.
NICOLA LO BIANCO

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esci dal labirinto

esci dal labirinto

IL “VIZIO” ASSURDO DELLA GUERRA

 

“Nulla è perduto con la pace,

tutto è perduto con la guerra.”

PACEM IN TERRIS

Giovanni XXIII

 Di anno in anno, di mese in  mese, ci ritroviamo a parlare di guerra.

Come se non bastasse l’indegnità di un mondo dove quotidianamente si violano i più elementari diritti umani.

Qualcuno ha detto:”Dopo Auschwitz non si potrà più pensare allo stesso modo”.Come dire che l’uomo deve trovare altri fondamenti, altri sentimenti, altri modi di pensare alla vita ed al rapporto tra gli uomini.

Ed invece, ancora, tra menzogne e demagogie, tra “ragion di Stato” ed ipocrisie, si continua a far vivere l’umanità nella paura, nell’ incubo del futuro prossimo;si continua a perpetrare la “strage degli innocenti”.

L’epoca che stiamo vivendo è un’epoca di guerra e di crimini di guerra: ascoltiamo attentamente i pensieri di chi quei crimini li ha già visti nella Germania nazista:”Questo mostro (Hitler) stava per conquistare il mondo/i popoli lo hanno spento/ma non cantiamo vittoria troppo presto/il grembo da cui è nato è ancora troppo fecondo.”(Bertold Brecht, drammaturgo tedesco).

Una donna anziana, dell’età di chi ha ben conosciuto i disastri della seconda guerra mondiale, salendo sull’autobus, in risposta non so a chi o a che cosa, dice:”A cu parra di guerra ch’avissi a siccari a lingua!A guerra!, ancora ‘un si l’hannu livatu u vizio d’a’ guerra?!” : -a chi parla di guerra dovrebbe seccargli la lingua!La guerra!Ancora non se lo son levato il vizio della guerra?!-

Sintesi straordinaria di una memoria, di un’ esperienza, di un sentimento umano collettivo, dell’essenza della guerra.

Il “vizio” della guerra.Come dire che la guerra è un “difetto” psichico, di comportamento, è una violenza (vizio deriva dal latino vitium, “difetto”, che a sua volta proviene da vis, “violenza”) ingiustificabile, irrazionale, esecrabile.

Ma sono “parole di una vecchietta, una povera ignorante” che non sa, direbbe il mafioso, il pane che si mangia, buona tutt’alpiù per la statistica dei “troppi pensionati”.

La “vecchietta”, purtuttavia, ci dice un’altra cosa: che non è vero che la storia non insegna niente;non insegna a chi non vuole imparare.

La guerra viene imposta.Viene imposta da chi vi ha un interesse particolare, da chi pensa di uscirne più forte ed impunito.

Chi di noi, in piena libertà e coscienza, deciderebbe di sterminare una famiglia, gente che vive come noi, fors’anche con gli stessi problemi, gli stessi crucci, le stesse piccole gioie della vita quotidiana?

E’ un assurdo: un ristretto numero di uomini deve decidere della vita o della morte di altri esseri umani.

Non è concepibile, per dirla con Shakespeare, che <una zucca di politicante pretenda di farla in barba pure a Dio>.

Chi trama e appronta guerre, oggi più di ieri, vista la potenza annichilatrice della tecnologia, è un nemico dell’umanità, presente e futura.E come tale dovrebbe essere trattato e giudicato.Trattato e deposto, allontanato dal posto di comando.

Il pensiero, l’ipotesi, l’intenzione stessa della guerra vanno posti al bando.

Se non si accettano questi principi inderogabili, il mondo rischia di avviarsi ad una disgregazione irreversibile, al termine della quale ci ritroveremmo nella guerra permanente di tutti contro tutti.

Avrebbero ragione i peggiori, e si imporrebbe una concezione del mondo che i filosofi chiamano nichilismo;avrebbe ragione il “nichilismo” del mafioso, per il quale, come ebbe a dire il capomafia don Calò Vizzini, “dentro e fuori governa una regola di vita che ha tre linee essenziali:la politica, la violenza e la ricchezza.Chi è fuori da queste tre forze umane non trova posto, è niente.Lo si può acchiappare per la testa e farlo trottare come un somaro”.

E’ una responsabilità , della quale, nell’immediato devono farsi carico, come ha recentemente ribadito papa Francesco, coloro che hanno il potere di decidere in un senso o nell’altro.

Ma è, soprattutto,  anche una responsabilità di tutti noi, di tutti quanti gli uomini, ai quali incombe il dovere di non assuefarsi, l’impegno di fare sentire la propria voce contro la “cultura dell’abiezione”, di ritrovarsi lì dove, scrive un mio amico poeta, “brillano lacrime sotto tutte le bandiere”.

I pensieri, gli atti, le manifestazioni di pace, piccoli o grandi che siano, sono un sicuro segno di conforto:l’umanità non si rassegna alla barbarie.

NICOLA LO BIANCO

 

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Hannah Arendt

HANNAH ARENDT (1906-1975)

Ciò che è accaduto può ritornare

 

Hannah Arendt è l’acuta intelligenza, il pensiero che ci avverte dei devastanti errori nella storia del Novecento, del perché e del come bisogna stare all’erta per evitare la degenerazione politica e morale già sperimentata con il totalitarismo nazista e stalinista.

Nata ad Hannover, in Germania, da una famiglia ebrea benestante, la sua formazione avviene negli anni cruciali, tra la prima e la seconda guerra mondiale, in mezzo a quegli avvenimenti che avrebbero imposto una riflessione meno ottimistica dei presupposti della civiltà europea.

Studiò a Konigsberg, e poi all’università di Marburg, dove teneva cattedra di filosofia il giovane ed intellettualmente affascinante Martin Heidegger, del quale si innamorò, col quale ebbe una relazione sentimentale; quell’ Heidegger che è considerato tra i filosofi più importanti del Novecento.

Vorrebbe iniziare la carriera universitaria, ma l’avvento del nazismo la costringe ad emigrare a Parigi, dove conosce altri grandi intellettuali fuoriusciti, insieme ai quali aiuta i suoi compatrioti ebrei esuli dalla Germania.

L’occupazione di Parigi nel 1940 e le persecuzioni naziste in ogni parte d’Europa, la inducono ad abbandonare anche la Francia ed a rifugiarsi negli Stati Uniti, a New York, insieme al marito, il poeta Heinrich Blucher, ed alla madre.

A New York vive di collaborazioni a giornali e riviste ebraiche, di conferenze e seminari, fino alla pubblicazione nel ’51 de “Le origini del totalitarismo”, l’opera che la rivela come una grande pensatrice e che la pone al centro del dibattito filosofico e politico riguardo al rapporto, nella moderna società di massa, tra l’individuo e lo Stato, tra il cittadino e il potere, tra male e consapevolezza del male, tra colpa e responsabilità.

Pubblica intanto opere che suscitano furiose polemiche, tra le quali “La banalità del male”, sul processo ad Adolf Eichmann, un alto funzionario nazista, imputato a Gerusalemme come organizzatore del trasporto di milioni di ebrei nei campi di sterminio.

Mentre è ancora in piena attività, al centro di interessi e dibattiti intorno alla sua opera, muore improvvisamente d’infarto nella sua casa di New York.

Le origini del totalitarismo”, l’opera in cui condensa la sostanza del suo pensiero, è la ricerca, appassionata e lucida, di quei fattori che hanno reso possibile la formazione dello Stato totalitario:come può accadere che un popolo, nel cuore dell’Europa, dà il suo consenso a un regime  la cui legge suprema, dettata da un solo uomo, è la soppressione di chi e di ciò che si oppone alla sua volontà?Com’è potuto accadere che milioni di uomini hanno accettato, e molti di loro eseguito, ordini che ripugnano se non alla coscienza, certamente al buon senso comune?Com’è possibile, si chiede ancora la Arendt, che persone come noi, “banalmente normali”, “buoni padri di famiglia”, possono farsi strumento di sterminio?trasformarsi in mandanti ed esecutori di genocidi?

Sono interrogativi, a dare uno sguardo in giro per il mondo, che ancora ci riguardano, perché, come dice Primo Levi, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz,lo scrittore dell’opera-testamento“I sommersi e i salvati”,  <se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere di nuovo sedotte ed oscurate:anche le nostre>.

Secondo Hannah Arendt, ciò che, tra l’altro, s’è attuato nei regimi totalitari, causa di altre aberrazioni, è un subdolo meccanismo comportamentale che sottrae le varie articolazioni del potere, l’individuo, il gruppo, un intero popolo, al principio di responsabilità.

Accade che si deve rispondere, dar conto di sé, non alla propria coscienza, all’ambiente sociale nel quale si vive, a valori intrinseci alla convivenza umana, ma al capo, alla ideologia che da esso promana e che si accetta come misura e norma del comportamento individuale e collettivo.

La difesa di Eichmann a Gerusalemme, facciamo un esempio per tutti, fu proprio quella di sostenere la non responsabilità delle sue azioni, in quanto, lui dice, obbediva ai capi ed alle leggi allora in vigore.Come dire che il crimine era “normale”, rientrava nelle sue “legali” funzioni:egli, dice Hannah Arendt, <commetteva i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male>.

Egli non si “accorgeva”, non “sentiva” che quelle leggi istituzionalizzavano la persecuzione di gente inerme e incolpevole.

Il concetto di responsabilità, questo caposaldo di una qualunque formazione sociale, questo principio e fine dei valori dettati anche dal cristianesimo, in certi strati sociali del nostro paese sembra quasi del tutto smarrito:sembra sia ben accetta l’idea non solo della “giusta” impunità giuridica, ma anche di una sorta di impunità morale preventiva.

Succede che gli uomini al potere, l’Amministrazione e gli organismi pubblici e privati(comprese le TV), rispondono del loro operato solo a se stessi, o tutt’alpiù alle strutture di comando, ma mai alla società civile (tranne nei casi di condiscendente concessione), sulla quale scaricano invece le loro responsabilità.

La società civile, abbandonata a se stessa può far emergere tanto di buono, ma nel complesso diventa “massa” dove <i peggiori hanno perso la paura, e i migliori la speranza>.

Quella, non più politica nel senso di “attività sociale consapevole e responsabile”, si trasforma in pura e semplice gestione del potere.

La Arendt, soffermandosi sui pericoli che corre la democrazia afferma:<…ancora una volta i cittadini non sono ammessi sulla scena pubblica, ancora una volta gli affari di governo sono divenuti privilegio di pochi>.

I primi effetti della irresponsabilità è la violazione sistematica della legge, quella che si definisce “illegalità diffusa”, ed è un dato preoccupante non solo perché produce disgregazione sociale, ma anche perché, come scrive Arendt, <il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità…la nazione perde la propria capacità di agire politicamente in maniera responsabile…>.

Prende il sopravvento, com’è facile intuire, la malvagità:il comportamento malvagio a poco a poco diventa “normale”, e ad esso, più o meno consapevolmente  ci adeguiamo.

L’ambiente si fa propizio alla spregiudicatezza, alla menzogna sistematica, alla derisione, se non al disprezzo, verso chi non sa o non può arrampicarsi sulle spalle degli altri.

<Il male, concludiamo con le parole di Hannah Arendt, non possiede né profondità, né dimensione demoniaca, può invadere il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo.Questa è la sua “banalità”.

Solo il bene è profondo e può essere radicale>.

Ho accennato al Vangelo, c’è anche la Costituzione:due baluardi contro la degenerazione morale e la difesa di principi etici e civili inalienabili.

NICOLA LO BIANCO

 

 

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immagine sanfrasò
L’UMANITA’ DELL’ACQUA

In origine fu l’acqua.Questo primario elemento è così intrinseco, così connaturato, che ci dimentichiamo quanto l’acqua sia forma e sostanza di vita.
Della sua insostituibile utilità ci accorgiamo solo quando per caso i nostri rubinetti rimangono a secco:di colpo, le nostre piccole abitudini quotidiane vengono sconvolte, alla ricerca di una qualche fonte di approvvigionamento, dobbiamo riorganizzare la nostra giornata.
Se questa mancanza si protraesse nel tempo, ci ritroveremmo a vivere in un altro secolo, in un’altra civiltà.
Ma qui non vogliamo parlare dell’acqua come uno strumento, un mezzo per soddisfare i nostri bisogni, ma come un fine, un’entità assimilabile alla figura umana, come una “persona”.
Il contrario, cioè, del trattamento che le riserviamo, come se fosse una “cosa” con possesso del tutto personale, arbitrario, al di fuori e contro le leggi naturali.
Un tempo quando si parlava dell’acqua si diceva come di un “dono di Dio”, e nelle civiltà antiche alle acque presiedevano ninfe e dei, esprimendo con ciò stesso un sentimento di rispetto, un’idea di non possesso esclusivo, e di offesa alla divinità in caso di violazione della sua “personalità”.
Insomma, l’acqua era un’esistenza sacra.
Chi scrive è convinto, seppure intuitivamente, che nel marasma attuale sia necessario ripensare a ciò che ci circonda, a ciò che siamo, a come e perché questa terra la abitiamo.
Ecco, ad es., dovremmo proiettare sull’acqua un altro sguardo pensando che anche l’acqua ha un’anima.
Dovremmo tornare a ripetere, a noi stessi e agli altri, che l’acqua ha un’anima.
Dovremmo formulare leggi a salvaguardia dell’acqua/anima.
Potrebbe sembrare l’idea fantasiosa di un incorreggibile sognatore, mentre invece questo sentimento promana dalla fisionomia stessa di questa forma fluens, di fronte alla quale siamo presi da un cumulo di emozioni che definiamo “meraviglia”.
Meraviglia è il mare che si offre come un frammento dell’universo:è terra e cielo, riflesso del sole e delle stelle, è movimento e profondità, respiro, suoni, colori, entro i quali “naufraghiamo” come in una vertigine religiosa.
Meraviglia sono le acque sotterranee e di superficie, i fiumi, che più si apparentano al corso della vita dell’uomo:dal torrente/giovinezza, impeto e distruzione, alla scorrere pianeggiante/maturità, fecondo e costruttivo, sino alla foce/vecchiaia/morte, a ricongiungersi, direbbe Omero, al “grande padre Oceàno”.
E’ l’emozione del vedere raffigurato tratto tratto il nostro destino in una maestosa sostanza che racchiude l’origine della vita.
Tutto questo percepiva San Francesco in quella dichiarazione d’amore che è il Cantico delle Creature.
Sono propriamente umani gli aggettivi che usa per raffigurare l’acqua:oltre che utile, essa è “humile et pretiosa et casta”.
Come una donna di incomparabile virtù: “preziosa”, al di sopra, cioè, di ogni misura di valore; “umile”, duttile e devota, pronta a donarsi a chi la richiede, ma pur sempre “casta”, limpida, pura, inviolabile, e che dà purezza fisica e spirituale.
In quest’acqua, secondo Francesco, dovremmo specchiarci, materia e simbolo della purificazione, come d’altronde è nel sacramento del Battesimo
o nel Purgatorio di Dante, dove l’acqua assurge a metafora di via della liberazione e di riconquistata armonia tra l’uomo e la natura.
Ma siamo così rimpiccioliti, così culturalmente annichiliti, che l’acqua, almeno nelle nostre città, è la “doccia”, un prodotto come un altro, come il bagnoschiuma o lo shampoo, e niente più.
Ben venga la doccia, si capisce, e sia benedetta, rispetto alla diffusa sporcizia dei secoli scorsi.
Ciò che inquieta, a parte l’abuso maniacale e lo spreco, è che la multiformità dell’acqua l’abbiamo racchiusa nell’ottuso contenitore del consumo, e così ce la raffiguriamo.
A dare respiro e libertà alla nostra intelligenza, dovremmo far riemergere quel sentimento che ci fa amici e complici della natura, quel sentimento che ci accomuna ai suoi elementi, senza i quali siamo umanamente perduti.
Se l’acqua è sporca, noi siamo sporchi,
se l’acqua è inquinata, noi siamo inquinati,
se l’acqua e il mare sono cloàca di discariche, noi siamo cloàca,
se il mare che bagna le nostre coste, è disseminato di cadaveri,
noi siamo morti dentro.
Dobbiamo riconvertire il nostro modo di percepire il mondo.
Dovremmo pensare ed agire accompagnandoci alla parola “sorella”, quella che Francesco usa per definira l’acqua:terapia e conforto, refrigerio e ricreazione, benevola in ogni circostanza, pronta alla carezza rigeneratrice, ma anche implacabile nel richiamare l’attenzione dell’umanità scapestrata.
A chi verrebbe in mente, chi oserebbe violare l’integrità di una “sorella”?
Oggi che la violazione è globale e sistematica e quasi del tutto impunita, sono relativamente pochi posti alla difesa attiva, una minoranza che si oppone alla gigantesca espropriazione e privatizzazione da parte di chi ha l’unico scopo, crepi pure il pianeta, di perpetuare dominio e ricchezza.
Rendere l’acqua, le acque, il mare, “possesso abusivo”, businiss, non è solo un arricchimento illecito, è anche un mettere nelle mani di una cultura distruttiva, la nostra storia, la nostra sensibilità.
Io voglio continuare a contemplare l’acqua, a immaginarmela come un luogo di poesia, con le sue pause e i suoi ritmi musicali, con i suoi silenzi misteriosi, l’acqua e la bellezza dei paesaggi, l’acqua che trama i pensieri dell’uomo, l’acqua dei nostri sogni, le sorgenti e i pozzi, le fontane e gli acquedotti, stupefacente rete di conservazione e distribuzione millenaria dell’acqua, frutto della fatica e dell’ingegno di innumerevoli generazioni.
Se dentro di noi facessimo crescere anche questo valore dell’acqua, ritroveremmo l’immagine della sua divinità , e non sarebbe “retrivo” soffermarsi a pregare al suo cospetto.
Mentre invece ci fanno fare la guerra per l’acqua, e nel suo nome ci fanno imprecare.
O ci fanno sentire colpevoli, o ci sentiamo propriamente colpevoli, leggendo questa inquietante poesia di T.S.Eliot del 1922, profetica per i tanti migranti “morti per acqua”:

Flebas il fenicio, morto da quindici gioni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
spolpò le sue ossa in sussurri.Mentre affiorava e affondava
attraversò gli stadi della maturità e della giovinezza
sprofondando nel vortice.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento
pensa a Flebas che un tempo era bello, e alto, al pari di te.

NICOLA LO BIANCO
aprile ’10

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ELOGIO DEL PUDORE

immagine sanfrasòElogio del pudore
Non la parolaccia che nel linguaggio umano ha anch’essa diritto di cittadinanza, ma il turpiloquio, diffuso, insistente, compiaciuto, sintomo di rozzezza intellettuale e degrado civile, ci deve spingere a rivalutare, per contrasto, il pudore, un sentimento che già due secoli or sono il Foscolo(per non dire del Manzoni)considerava acquisizione di una più avvertita spiritualità.
Il turpiloquio è il parlare sboccato, l’uso scurrile della lingua, e a seconda delle situazioni e delle intenzioni assume differente significato:c’è perfino l’intellettuale che lo utilizza come arma, lui dice, di contestazione, ignorando che -il turpiloquio non ha mai liberato nessuno- (I.Calvino)
Ma fosse solo per questo, riprenderemmo gli sfrontati, cambieremmo canale, capiremmo che riserbo e discrezione non attraggono, non fanno spettacolo, al mercato delle immagini non hanno quotazione.
Del resto, ogni epoca ha le sue sfrontatezze.
Ma non è solo un fenomeno di vocabolario disinvolto, di frivolezza mentale, o di intemperanza giovanile, il turpiloquio così come è accettato e usato, è il risvolto linguistico di un impoverimento della comunicazione ridotta a un fraseggio scomposto e volgare, di un atteggiamento che intende la libertà come facoltà di non avere rispetto degli altri;attraverso i mass-media accampa un’immagine usuale della volgarità e, a tirare le somme, è il segno più appariscente di una spudoratezza che in vari modi e a livelli diversi investe il complesso della società:esibizionismo, mancanza di scrupoli, perdita del senso del limite.
C’è la preoccupante tendenza a pensare che tutto è permesso, ad accettare l’dea che “tutto è possibile”.
Elogio del pudore dunque che è essenzialmente misura, equilibrio, maturità.
Ecco, ad esempio, la vergogna del nudo, che un frainteso modernismo con connesso floridissimo mercato non perde occasione di deridere, è qualcosa di più e di più profondo che non la ritrosia del corpo, la semplice vergogna del sesso.
Vorrei ricordare, senza per questo instaurare immediate analogie, ma solo per lasciare intuire quanto importante sia la preservazione del pudore, che il primo atto della disumanizzazione dei deportati nei campi di concentramento nazisti, era appunto l’offesa al pudore, con “l’orgia dei comandi bestemmiati”, con la costrizione alla promiscuità, con la nudità totale ordinata più volte al giorno per i più disparati motivi.
Voglio dire che il senso del pudore è intimamente connesso con la dignità umana, esserne privi o offendere questo sentimento nel prossimo, è un modo di violare l’integrità della persona.
Pudore è perciò rispetto di se stessi, del proprio corpo, salvaguardia della persona nella sua singolare identità.
E’ un modo spontaneo di pensare e di essere giudici del proprio agire perché il pudore porta con sé il senso del limite, la capacità di discernere la turpitudine dal possibile errore umano.
“Il pensiero previene il male” parafrasando Hanna Arendt, la grande pensatrice ebrea tedesca, profonda studiosa del nazismo e dello sterminio degli ebrei, potremmo dire:”il pudore previene il male”
Queste mie considerazioni possono sembrare esagerate, e forse in parte lo sono, ma vorrei invitare i lettori a soffermarsi su ciò che succede in tante parti del mondo.
La cronaca delle nostre città (in Italia e nel Mondo) è testimonianza quotidiana dell’ “offesa al pudore”: dalla violenza sui bambini, al genocidio di intere popolazioni, dall’obbrobrio della tortura e della pena di morte, alla dilagante corruzione morale e intellettuale con il prepotere assoluto della legge del cosiddetto “libero mercato”, a danno di qualsiasi altra legge e norma elaborata dalla comunità degli uomini.
C’è poi l’insistenza di chi detiene il potere, piccolo o grande che sia, , “homines, quos infamiae suae neque pudeat”, uomini che non hanno pudore delle loro nefandezze, dice Cicerone, a spacciare la menzogna come verità, l’inganno come lealtà, la violenza come beneficio umanitario:a capovolgere cioè la realtà dei fatti.
E’ la maligna volontà di chi vuole persuadere l’umanità ad accettare come normale l’idea che “tutto è possibile”.(H.Arendt)
A queste pericolose tendenze dobbiamo contrapporre il pudore della verità, della parola saggia, del silenzio pensieroso, il pudore del pianto delle vittime innocenti.
NICOLA LO BIANCO

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LUSSURIA

LUSSURIA

La lussuria a molti sembra lo stesso che il lusso.
Un errore, che però inconsapevolmente coglie l’affinità della radice etimologica e del significato:
lussuria-lusso dal latino luxus:eccesso, intemperanza, sovrabbondanza.
Un “eccesso”, una ricerca incessante, assillante, di piaceri sensuali, un “peccato” di avidità, che, come gli altri “vizi capitali”, subordina le priorità sociali ad un esaltato individualismo, al godimento esclusivo dell’ imperante passione, fino a turbare l’equilibrio psichico e la capacità di controllo.
E’ un certo modo di sentire di chi considera e tratta gli altri come possibili strumenti per soddisfare le proprie bramosie.Che, poi, a ben guardare, la possibilità di soddisfare i “capricci” personali è in rapporto diretto con la quantità di denaro e potere.
Ben altra cosa la sessualità, e lo vogliamo precisare, perché in tempi di storpia e fasulla libertà, quella che tutti oggi chiamiamo libidine invece che lussuria, è intesa come irrefrenabile “divertente” privatissimo fatto personale.
E certamente c’è un aspetto privato e personale inviolabile, ma c’è anche un risvolto sociale che non è meno importante.
Noi ci limitiamo a osservare che, ad es. , si crede e si lascia credere che l’amore, cioè l’attrazione fisica, il desiderio reciproco, il “raptus” dei sensi, giustifica tutto.
Un atto così carico di significato e implicazioni, questo come tanti altri, viene così sottratto a un irrinunciabile principio di responsabilità, senza il quale la convivenza umana si riduce a un’accozzaglia di individui che si arrangiano.
Una tendenza disastrosa, le cui conseguenze le constatiamo giono dopo giorno, anche tra certi vecchi che pretendono di comportarsi ignobilmente come irresistibili conquistatori.
Una “ruina” Dante definisce il vento impetuoso che trascina senza requie i lussuriosi.I quali appartengono a quella schiera di dannati che, dice il Poeta, “la ragion sommettono al talento”:quelli che cedono agli istinti personali , mettendo a tacere qualsiasi ponderata voce in contrario.
La “ragione”, di cui parla Dante, non è la capacità di capire, ma quel modo di essere che ci accomuna agli altri, che ci fa membri consapevoli di una società, che ci induce a scelte che non siano dannose per la convivenza civile.
Che non è conformismo, come spesso si sente in bocca al balordo, ma, come abbiamo già detto, lungimirante senso di responsabilità.
Quanti uomini e donne intelligenti, ma per niente ragionevoli!
La lussuria, il lussureggiare di tutti i vizi capitali, è tanto più grave, quanto maggiore è la responsabilità del “peccatore”.Non a caso, Dante “percuote le cime più alte”(PD, c.XVII), denuncia cioè il malcostume degli uomini “illustri”, di coloro che oggi definiremmo “classe dirigente”.
Uomini che dovrebbero essere guida ed esempio verso i “piccoli”, ed invece usano denaro e potere, amicizie, complici e ruffiani, per soddisfare in faccia al mondo le loro intemperanze, diffondendo il convincimento che tutto è lecito, che il sesso è ad lìbitum, che la libertà è assoluta e ad arbitrio personale.
Semiramide, regina di Babilonia, ad es. , “a vizio di lussuria fu si’ rotta, dice il Poeta, “che libito fè licito in sua legge”: una regina così spudoratamente lussuriosa che della libidine fece permissiva legge.
Ai nostri giorni si preferisce stracciare ogni legge morale e civile, sicuri, dall’alto del proprio scanno, di non dover rendere conto a nessuno, se non al proprio corpo e al narcisismo del proprio “io”.
Il sesso non più intimità coltivata in un sentimento più largo, ma festino, ostentazione, spettacolo, merce di scambio, consumismo, utilizzo usa e getta.
Anche la sessualità viene a soggiacere al “mercato”, un dio polimorfo al quale piegare ogni umano discernimento, un meccanismo economico che tanto fa comodo ai cultori della lussuria, dell’opulenza, della sprezzante arroganza, che possono permettersi di scorrazzare nel “libero mercato”.
Nessun autocontrollo, nessun ritegno, nessuno scrupolo:chi tanto può, come al mercato degli schiavi, traffica, sceglie, compra giovinezza e bellezza.
Al punto più basso di questa frenetica irresponsabilità, che cos’è la violenza sessuale, lo stupro, se non l’incapacità di tenere a freno la “matta bestialità”?
Dall’alto in basso somigliano a quell’ottuso caprone che tra amici avvinazzati gridava:.
Questa nostra è un’epoca di lussuria in tutti i sensi: di eccessi, di sprechi, di estremismi, di lusso impudico e sfarzoso, accanto a una vergognosa barbara miseria.
Il mondo torna a essere governato in ogni senso dalla forza e non dal diritto, da ciò che scatena gli istinti più bassi.
La “razionalità”, come etica dei comportamenti, è oscurata.
Circoscritta nell’ambito delle cosiddette scienze tecnologiche, come , ad es. , quella economica, essa sembra essere al servizio di meccanismi che promuovono l’istintualità predatoria e belluina, come l’accaparramento privato di ciò che per sua natura è bene comune.
Quella che in economia chiamano “deregulation” si riverbera tra la gente come precarietà, come disorientamento, per cui alla fine ciascuno si affida alle proprie inadeguate forze morali e intellettuali, o alle proprie debolezze.
La giovinezza, invece di trovare una società solidamente costituita, trova un mondo in balia di forze oscure e incontrollabili, per cui spesso la vitalità sessuale rimane come ultima possibilità di possedere un’identità, di sentirsi in qualche modo padroni di se stessi: spazzati via tradizioni, regole, convenzioni, rispetto della vita, non c’è passato, non c’è futuro, c’è solo un effimero mortificante presente.
Dante, e ancor prima S.Francesco, avevano capito che un demonio si stava impossessando dei cervelli: la mercificazione.
Dante denunciava questa piaga al cospetto di Dio, San Francesco opponeva una “scandalosa” povertà alla lussuria del denaro.
Intanto, largo ai lussuriosi in atto e potenziali: sino a quando l’impero sarà quello del “libero mercato”, la “libertà” di spadroneggiare tra lussi sesso e volgarità, gli sarà garantita.

NICOLA LO BIANCO
aprile ‘13

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