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Archive for the ‘maestri spirituali’ Category

ETTY HILLESUM

ETTY HILLESUM (1914-1943)

LA RIVOLTA DELL’ANIMA

Giovane ebrea olandese morta a 29 anni nel campo di concentramento di Auschwitz, dopo avere trascorso un anno, dall’agosto del ‘42 al settembre del ’43, a Westerbork, il campo di “smistamento” dove gli ebrei olandesi venivano ammassati in attesa della deportazione nei campi di sterminio.
Dell’esperienza nel campo di Westerbork, Etty Hillesum ci ha lasciato un DIARIO ’41-’43 e le LETTERE ’42-’43, scoperti e pubblicati negli anni ’80, oltre alla memoria dei sopravvissuti che la ricordano come una “personalità luminosa”.
Per comprendere l’eccezionalità e l’esemplarità della figura di questa giovane intellettuale(laureata in giurisprudenza e studiosa di filosofia )
occorre immaginare il luogo dove, pur avendo la possibilità di sottrarsi e fuggire, ella volle dare prova di sé, consapevole peraltro che quell’anno ’42-’43 quasi certamente sarebbe stato l’ultimo della sua vita:”Immaginate la ressa su quel mezzo chilometro quadrato a Westerbork, quasi come attorno all’ultimo relitto di una nave a cui si aggrappano migliaia di naufraghi sul punto di annegare…”.
Non è solo la totale dedizione ad alleviare, lei vittima tra le vittime, le paure e la disperazione di quegli esseri umani travolti, che ne fanno una maestra spirituale.
E’ il senso e il valore che Etty Hillesum ha dato a quell’esperienza in quelle tragiche condizioni.
Quando parliamo di maestri spirituali intendiamo non soltanto gli atti, le azioni, per le quali quegli uomini sono ricordati come giusti, ma anche, e soprattutto, le nuove vie che essi hanno tracciato con comportamenti e princìpi che l’umanità riconosce come degni di essere perseguiti per conquistare superiori modi di vivere.
Che ci insegna Etty Hillesum?Perchè è attuale il messaggio che ci ha lasciato?
Tra gli orrori del campo e la malvagità degli aguzzini, Etty Hillesum scopriva che il nemico primario non è fuori, ma dentro di noi che non sappiamo preservare quel “pezzetto di anima” che ci metta al riparo dall’abbrutimento.
E’ un impegno quotidiano, una ricerca assidua, una battaglia con se stessa, per trovare al fondo della propria anima, nel silenzio interiore che momentaneamente esclude la realtà, “nella chiusa cella della preghiera…la parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro:Dio a Dio”.
Capire quanto di superfluo ingombra la nostra esistenza, ridursi alla semplicità, percepire con che tutti siamo parte di una stessa trama spirituale, per cui il cammino dovrebbe essere quello di “contribuire a disseppellire Dio dai cuori devastati di altri uomini”.
Il Dio che Etty ha scoperto dentro di sé in quelle circostanze estreme, non è l’Onnipotente, ma un Dio fragile, inerme, anch’Egli bisognoso di aiuto di fronte all’inarrestabile dilagare del male, e perciò”se Dio non mi aiuterà, allora sarò io ad aiutare Dio”.
Affermazione di grande portata che capovolge il comune senso religioso:non Dio deve cercarmi e trovare me che inerte rimango in attesa del suo aiuto, ma io devo impegnare tutte le mie forze spirituali per vivere più interiormente, per far emergere Dio come insostituibile presenza di amore.
“Aiutare Dio” significa perciò non incolparlo di colpe che sono proprie degli uomini, significa caricarsi la responsabilità del male e del dolore presenti nel mondo.
Il grande, tragico errore che perverte l’umanità, sembra dirci Etty Hillesum, è quello di trovare sempre e comunque colpevole l’altro, mai noi stessi.Guardiamo agli altri ben volentieri di traverso, e siamo indulgenti, ci dimentichiamo facilmente di interrogare i nostri comportamenti.
Ma invero”il marciume che c’è negli altri, c’è anche in noi>, occorre ammetterlo con semplicità, e poi <raccoglierci in noi stessi e strappare via il nostro marciume”.
Tra le macerie della guerra e lo scempio delle persecuzioni, la giovane Etty coglie un aspetto di questa nostra storia contemporanea che persiste e, se possibile, si aggrava:”Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolo”.
E’ ciò su cui bisogna premurosamente vigilare.
Accade, è umano sentirsi sopraffatti, avere la sensazione di ”sfasciarmi” sotto un peso enorme, ma non c’è alternativa, la soluzione non è fuori, ma dentro di noi:”Non credo si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi…dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove…”
Scelte politiche, meccanismi economici, istituzioni, non debbono farsi complici dell’orrore, debbono assennatamente contribuire ad elevare, ma tutto ciò potrebbe rivelarsi inutile, se non facciamo emergere in ciascuno di noi a riflettersi nell’altro”la parte più profonda e più ricca…la sorgente …dove c’è Dio”, e con questo “barlume di eternità” dialogare, sempre, sino a comprendere che “una pace futura potrà essere veramente tale…solo se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo;se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore…”.
Questo “spirito che avvizzisce” che cos’è, se non un rinchiudersi torvamente in se stessi, un escludere tutto ciò che non è “Io”, un disperato avvilimento dell’animo che soli ci trova e soli ci lascia.
“Siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli”.
Ecco, nel regno dell’odio e della violenza senza perché, di cui anche oggi siamo testimoni, ad Etty Hillesum si è rivelato che si può vivere di Dio, del suo amore e della sua felicità in qualsiasi condizione:”Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”, anche se “la gente di Westerbork non ti offre molte occasioni di amarla”.
E’ un punto fondamentale per comprendere la lezione che ci lascia Etty Hillesum.
La risposta che si può dare anche di fronte alla terribilità del male, quella che veramente ci salva e ci riscatta, è la risurrezione in noi di quella parte secolarmente obliata che è la vita come libertà dell’anima, come anima che protegge al di sopra delle cose del mondo, ma non al di fuori:”…siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato…ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera, ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa…”.
A partire da questa “scintilla divina”, da questa “rivolta dell’anima”, Etty Hillesum può affermare:”Io non odio nessuno, non sono amareggiata:una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito…;alla sera tardi …dal mio cuore s’innalza sempre una voce e questa voce dice:-la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo-.”.
Questo mondo completamente nuovo Etty lo ha già trovato dentro di sé e vorrebbe trasmetterlo agli altri, al di fuori del campo, al di là del presente, ma “l’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi”.
Per far sorgere i “tempi nuovi” non è necessario essere eroi o santi.Etty sa che sono pochi quelli disposti a sacrificare se stessi.
Ma non è questo che si richiede.Basterebbe ben ponderare sugli errori commessi, sulle sventure subìte, proporsi di non degenerare “in bestie come lo sono loro”, far diventare matura coscienza le sofferenze patite:”Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”.
Possiamo trovarci di fronte a un terribile Moloc, sanguinario e distruttivo, ma la vera forza, quella che in nessun modo può essere scalfita, è ciò che costruiamo dentro di noi nell’affrontare la realtà:
“A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzettino di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi.
Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere”.
Sono proposizioni che, tradotte in azione politico-sociale, si inseriscono nell’alveo dell’attuale movimento della nonviolenza, le cui radici affondano, insieme ad altri grandi maestri spirituali, nella testimonianza morale di Etty Hillesum.
L’abisso apertosi con gli orrori della Seconda guerra mondiale è ancora sotto i nostri occhi, e ci richiama ancora a una risposta spirituale, a “un’alternativa forte e luminosa con cui si possa ricominciare daccapo in un luogo del tutto diverso”.

Il nostro Buon Natale, nel ricordo di Etty Hillesum, va a tutti i perseguitati, ai bombardati, ai torturati, agli schiavi, agli internati, ai maltrattati, che ci sono, sì ci sono, basta aprire gli occhi.

NICOLA LO BIANCO

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LEGGERE PROUST

 (140 anniversario nascita M. Proust:10 luglio 1871))

Marcel Proust , oltre tutto, ci fa capire l’importanza fondamentale che ha la memoria nella vita dei singoli e  dei popoli, proprio in questa nostra epoca che tende a sprofondare paurosamente nella cecità del presente.

In questi ultimi decenni, la tendenza ad oscurare la storia, a ridurre lo spazio della memoria, è insistente: in vari modi, più o meno volontariamente, si cerca di far credere che il passato intralcia il cosiddetto “progresso”, che esso è una zavorra inutile, della quale bisogna liberarsi prima possibile, se si vuole adeguatamente “competere” in campo economico e commerciale.

Se tutto si riduce al presente, crescono più facilmente identità sbiadite, che danno riconoscimento solo al possesso della cosa, totalmente indifferenti a un patrimonio di valori forsanche degno di essere salvaguardato.

E così può accadere, come è già accaduto, che quando si esalta il presente con tutto il corredo di irruente istintività che esso comporta, a discapito della memoria che accomuna, possano emergere le atrocità più impensate, e compiute da uomini “normali”, possa emergere cioè quella barbarie che Hannah Harendt ebbe a definire “banalità del male”.

Quanto la memoria sia, invece, primaria facoltà nell’esplicazione delle faccende umane, lo possiamo costatare empiricamente: senza di essa non saremmo in grado nemmeno di fare la spesa, ma quanto essa sia a fondamento del ciclo vitale nel susseguirsi delle generazioni, in genere sfugge alla nostra riflessione.E’ la memoria che trasmette alle generazioni successive tutti gli strumenti utili a continuare la vita, dalle tecniche di lavoro, alle feste religiose, dalla cura dei bambini, ai legami affettivi, dalla preparazione dei cibi, alle varie concezioni del mondo.

Ecco, leggere  la “Recherche” , oltre all’eccezionale valore estetico, è un antidoto, un indiretto avvertimento, una costante e profonda riflessione sul valore della vicenda umana, sul valore della vita dei singoli, siano essi “grandi” che “piccoli”, solidali umanamente proprio alla luce di quella grande madre comune che è la rete della memoria che ci accomuna.

Ma consideriamo quanto di elevato e significativo ha scritto su di essa Marcel Proust.

Nella “Strada di Swann”, il primo volume della “Recherce”, leggiamo il famoso episodio della “madeleine”, il biscotto inzuppato nella tazza del tè, attraverso cui il protagonista rivive in una sorta di “epifania” un episodio analogo della sua fanciullezza:è il ritrovamento del tempo perduto, la memoria rivissuta, grazie alla quale, dice Proust, <avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale>.

Tre aggettivi che credo riassumano l’essenza della memoria e dell’arte e quindi della storia: privo di quel tempo raddoppiato dal ricordo che eleva l’uomo al di sopra di se stesso, c’è il sentirsi piccino, isolato, schiacciato nell’angustia della propria realtà, come peraltro accade agli animali.

Senza memoria non c’è coscienza, non c’è identità, si sfilaccia il legame morale  e sociale.Senza di essa non sarebbe pensabile nemmeno l’opera d’arte, il romanzo, se non come fatti e fatterelli di cronaca più o meno capaci di suscitare la curiosità dello scoop.

E’ la memoria che ci  sospende al di sopra della casualità nella quale ci troviamo, e ci  proietta in una dimensione spaziale e temporale senza confini, in un legame con il passato che ci arricchisce della vita di mille altre esistenze ed occasioni, ed in questo senso, secondo Proust,  si  può vincere la perenne lotta con la morte.

Un’ideale storia, quella della Recerche, che contribuisce appunto ad allontanare l’incombenza della morte.

La vera morte è l’oblio, lo scivolare nel buio della notte del tempo.

NICOLA LO BIANCO

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esci dal labirinto

HELDER CAMARA

(1909- 1999)

LA CHIESA DEI POVERI

La Chiesa dei poveri, per i poveri, e “serva dei poveri”:fu lo scopo e la missione di dom Helder Càmara, vescovo di Recife dal 1964 sino alla morte.

Che la Chiesa dovesse essere “la voce dei senza voce”, lo ribadì sempre, senza tentennamenti, con fatti concreti e ben riconoscibili, senza omissioni ed ambiguità.

Quelli che volevano sminuirne la figura pastorale, gettare sospetto e discredito, misero in giro l’epiteto di “vescovo rosso”.

Il popolo delle favelas lo chiamava “bispinho”, il “vescovino”, perché era piccolo di statura, esile, e, nel portamento, dimesso.

Visse da protagonista i tempi del CONCILIO VATICANO II, lo spirito di rinnovamento, le sue esaltanti speranze.

Ma anche le tumultuose ribellioni armate al sottosviluppo, e le feroci dittature del Sudamerica negli anni ’60 e ’70.

Era nato a Fortaleza nel Nordest del Brasile, un immenso paese attraversato da incontrollati privilegi e dalla diffusa miseria di grandi masse urbane e contadine.

Fu ordinato sacerdote a 22 anni, e le sue prime esperienze furono tra le favelas di Rio de Janeiro, a contatto cioè con quei poveri che saranno il cuore e la mente delle sue opere.

Nominato vescovo ausiliario nel ’52, apre il palazzo, ricorda l’Abbe’ Pierre, del quale era amico, anche ai poveracci, ai disoccupati, ai vecchi, alle ragazze madri, e di questa sua scelta riuscì a convincere anche il perplesso suo vescovo, che, tra l’altro, si chiamava Càmara, come lui.

Ben presto dà prova del grande talento di organizzatore “al servizio del Vangelo”: dalla Crociata di S.Sebastiano, per stare a fianco del popolo delle favelas, al Banco de Providencia, per fornire servizi indispensabili ai più bisognosi, alla fondazione del Consiglio Episcopale latino-americano, quasi un’anticipazione della partecipazione al Concilio, al quale dom Helder si prepara con lo slancio dell’uomo sorretto da un principio ben determinato:

schierarsi risolutamente dalla parte degli ultimi perchè non basta dire che i poveri sono senza pane, bisogna dire perché sono senza pane.

E così, in margine al Concilio, ma pur sempre nel suo ambito, promuove il gruppo della “Chiesa dei poveri”, vescovi che rappresentano tutti i continenti e che vogliono riflettere sulla figura di Cristo povero e sul rapporto tra Chiesa e Povertà.

Il significato della sua partecipazione al Concilio di Papa Giovanni, si potrebbe sintezzizare in un atto che assume un valore simbolico dell’uomo e del sacerdote, ma anche della Chiesa come Helder Càmara la prefigurava:chiede al Santo Padre che <invitati d’onore alla Chiusura della II sessione del Concilio siano gli operai e i poveri di Roma, in rappresentanza degli Operai e dei Poveri di tutto il mondo>.

La sua nomina a vescovo di Recife, nell’aprile del 1964, avviene negli stessi giorni del golpe militare, come una chiamata, l’ennesima prova, e la più dura, contro un regime senza scrupoli.

Dom Helder denunciava apertamente, organizzava forme di protesta nonviolenta, animava <la forza dei poveri e dei semplici>, nella quale fermamente credeva.

Ma sapeva che questa forza doveva avere voce, essere raccolta e potenziata fino a farla diventare un’invisibile barriera ad arginare l’ingiustizia sociale e la sopraffazione.

I suoi nemici lo additavano al ludibrio pubblico quasi fosse ispiratore e complice dei movimenti di lotta armata.

La sua risposta è rimasta celebre:Quando aiuto i poveri dicono che sono un santo.Quando parlo delle cause della povertà dicono che sono un comunista.

Succede sempre, anche oggi:quando si obietta, quando s’intralcia la volontà dei potenti, quando si fanno emergere le cause dell’oppressione, si diventa “rossi”, “sovversivi”(se non addirittura “terroristi”).

Accadeva anche a quell’integerrimo maestro spirituale che è Giorgio La Pira(vedi Famiglia in dialogo, novembre ’07), il quale così rispondeva:

Il gioco dei comunisti lo fanno tutti coloro che gettano nella disperazione e nella radicale sfiducia i deboli.

Helder Càmara, come d’altronde Giorgio La Pira, era ben lontano dalle ideologie marxiste, era invece un ispiratore ed un seguace della nonviolenza, un “figlio devoto” del Vangelo:Sono convinto che solo l’amore può costruire, non ho alcuna fiducia nell’odio.Questo ho capito dal Vangelo e questo predico.

Il fatto è che non taceva, non scendeva a compromessi con gli affamatori e i persecutori, mentre parlare dalla cattedra arcivescovile ne faceva la voce più ascoltata di quel flusso di pensiero cristiano che prende nome di “Teologia della liberazione”, dal titolo di un’opera del teologo peruviano padre Gutierrez Merino, pubblicata nel 1971.

Ma il “vescovo delle favelas” non era un teologo, erano altre le sue virtù.

Era un predicatore con la tempra del missionario, era un oratore avvincente che promanava un carisma irresistibile, che convinceva, oltre che con la parola, con l’esempio.

Non sapeva comandare, lo strumento da cui prendeva avvìo ogni sua iniziativa era il dialogo, la “collegialità”.

Diceva:Non basta fare qualcosa per gli altri, ciò che più conta è farlo con gli altri.

L’Osservatore Romano, subito dopo la morte, ha paragonato la sua figura a quella di S.Francesco, e certamente dom Helder amava S.Francesco, perchè prete austero e povero lui stesso, ma a me pare di poterlo più accostare, come uomo d’azione e di preghiera, al già ricordato Giorgio La Pira.

Entrambi si lasciarono coinvolgere dalla realtà dei tempi, entrambi trassero ispirazione e forza dalla preghiera, entrambi seppero armonizzare spiritualità, rigore morale, e impegno umano e civile, senza che però l’affanno mondano prevaricasse la dimensione spirituale, anzi, era quest’ultima che orientava l’azione.

Certo, di fronte all’orrore dei ghetti suburbani, a una realtà dominata dalla violenza del sottosviluppo, la denuncia di Helder Camara è più radicale, come appunto lo è la teologia della liberazione, per la quale<non ci sono solo peccatori, ma anche persecutori>. La salvezza cristiana implica la “liberazione integrale” dell’uomo, fondata sulla giustizia sociale che è “sorella della carità”.

Oggi, mentre scrivo, mi colpisce la notizia della morte della giovane Mariarca Terracciano, un’infermiera dell’Ospedale S. Paolo di Napoli, a quanto pare per le conseguenze di una estrema e sconsiderata protesta contro i ripetuti ritardi nel pagamento dello stipendio:per questa mamma di due figli, per questa famiglia, ricevere puntualmente lo stipendio è(era!), come del resto per milioni di famiglie italiane, una questione di effettiva, reale, immediata sopravvivenza.

Tra questa morte indiretta e la morte indiretta provocata dall’incontenibile fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, a me pare, corre la stessa logica:il sacrificio, la subordinazione al dio del “libero mercato” di ogni forma di convivenza umana, anche della vita.

Oggi, non è più solo un problema di povertà, ma di degrado umano, di distruzione sistematica, di una logica per l’appunto che ci porta a una scelta radicale, a un aut-aut: homo sapiens o homo demens?

Intanto che mi accingo a leggere “Spiritualità per un altro mondo possibile” del teologo Leonardo Boff, amico e sodale di Helder Camara, mi ripeto il poetico ammonimento di dom Helder, la “voce dei senza voce”:

Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno;se il sogno è fatto insieme ad altri, è già l’inizio della realtà.

NICOLA LO BIANCO

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COSCIENZA SOVRANA E RESPONSABILE

Ricomincia la scuola, lo strepito di un guscio vuoto, una scuola senza anima, che stoltamente dissipa tempo, energie, intelligenze.

Si rinnova la pena e lo sconforto di chi crede nella scuola, di chi, come il sottoscritto, va ripensando all’esperienza pastorale ed educativa di don Milani.

A distanza di quarantanni, il priore di Barbiana continua validamente a proporci un alto profilo dell’educazione giovanile, e mostra, per contrasto, l’insulsaggine e l’irresponsabilità di un sistema scolastico che abbandona i giovani ai capricci dell’età ed alla confusione morale ed intellettuale.

Nato a Firenze, ordinato sacerdote nel 1947, dà subito un segno distintivo della missione pastorale, alla quale si dedicherà sino alla morte:a S.Donato a Calenzano, la sua prima parrocchia, realizza una scuola serale aperta a tutti, anche agli operai comunisti(la Chiesa in quel periodo era dura e discriminante nei confronti dei comunisti), privilegia i più poveri e i più umili, non nasconde la sua insofferenza verso le manifestazioni esteriori della religiosità

Nel ’54 viene trasferito a Barbiana, nel Mugello, <una parrocchia di montagna con pochi abitanti, sprovvista di luce e di acqua, difficile da raggiungere>.Volle essere una specie di “esilio”, un isolamento del prete, del quale si lamentavano i cattolici anticomunisti di Calenzano.

Ma è in questo villaggio <tagliato fuori dal mondo> che don Milani realizza la scuola, divenuta in breve famosa come “scuola di Barbiana”, dove trovano attuazione in una sintesi prodigiosa il sentimento religioso, i valori irrinunciabili del cristianesimo, la prassi pedagogica del maestro che scaturisce prima che dal cervello dal cuore, perché<i grandi pensieri non provengono da un grande intelletto, ma da un grande sentimento>(F.Dostojeski)

Nel ’58 pubblica “Esperienze pastorali”, censurato dalla gerarchia ecclesiastica, nel ’65 viene accusato e processato per “apologia di reato”, dopo che nella “Lettera aperta ai cappellani militari” aveva sostenuto le ragioni della pace contro la guerra e la conseguente etica esortazione all’obiezione di coscienza.

La disputa e gli atti del processo vengono pubblicati ne “L’obbedienza non è più una virtù”.

Muore nel ’67 dopo un’estenuante malattia, e subito dopo l’uscita della “Lettera a una professoressa”, la più nota delle pubblicazioni nate a Barbiana.

La scelta senza compromessi è dalla parte dei contadini, dei ragazzi semianalfabeti, di quegli esseri fuori della storia, che non hanno voce perché culturalmente subalterni.

Ma la motivazione profonda non è culturale, al priore di Barbiana non interessa trasmettere una bella quantità di conoscenze, ciò che persegue è la redenzione, affrancare quei figli di montanari dalla passività, dalla inconsapevolezza di sé e del mondo:<Io non sono un sognatore sociale e politico:io sono un educatore di ragazzi vivi, ed educo i miei ragazzi vivi a essere buoni figlioli, responsabili delle loro azioni, cittadini sovrani.>.

E perciò al centro della sua opera c’è la coscienza, non come sovrapposizione di una morale precostituita, ma come coscienza personale maturata sul discernimento di bene e male:ricerca della verità, libertà dal sopruso, dalla sottomissione acritica, diritti/doveri, pace, giustizia.

Il suo metodo ricorda la maieutica socratica, secondo la quale il vero maestro è colui che rende moralmente attivi i suoi interlocutori.

Nella scuola di Barbiana, che iniziava alle 8 e proseguiva sino al tramonto, si studiava come in un laboratorio.

Tutti erano protagonisti.La conoscenza era frutto di puntigliosa indagine, di dialogo, di confronto, di coscienziose valutazioni, che infine si traducevano in quella che si definiva “scrittura collettiva”.

La grandezza di don Milani si misura  tra l’altro anche sulle idee anticipatrici del rinnovamento della scuola pubblica, ma travisate, svuotate, stravolte dalla ignavia politica che ne ha cavato solo opportunistiche e demagogiche norme burocratiche, come ad es. l’idea del non bocciare.

Ispirata alla severità, appresa alla “scuola di vita dei contadini”, quella di Barbiana era una scuola di serietà e rigoroso impegno, era e don Milani voleva che fosse <austera e non permissiva…> sino all’ affermazione paradossale che<la scuola per fare cittadini sovrani deve essere Monarchica>: dove il sapere era una conquista per niente facile, dove le lusinghe del “benessere”, l’incipiente atteggiamento consumistico, causa dell’allontanamento dalla Chiesa e dai valori cristiani, venivano banditi come sperpero esistenziale e subdolo asservimento all’azione corruttiva del capitalismo.

Coerentemente, <il nostro Priore, ricorda ancora chi lo conobbe, viveva con niente.Un giorno che era a Prato incontra un povero.Aveva 50 lire(di allora) e gliele diede.Tornò a piedi e poi dette l’ombrello ad un altro> .

Al di là del metodo educativo, inapplicabile in una scuola massificata e pensata per l’ammasso, don Milani mette a fondamento del suo insegnamento un valore primario che è nello stesso tempo valore religioso, civile, ed eminentemente cristiano:l’assunzione di responsabilità.

Nella “Lettera ai giudici” durante il processo per apologia di reato, don Milani scrive:<…dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia…come il cristiano reagisce al sacerdote e perfino al vescovo che erra…come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto…>.

La responsabilità, a parte ogni altra considerazione, è un atto d’amore, è la coscienza di essere al servizio degli altri, di essere occupati e preoccupati della vita e del destino degli altri.

Non a caso la sua opera è dominata dal tema della giustizia, del diritto alla vita, della pace.

Nella “Lettera a una professoressa” si legge:<Fare le parti uguali tra disuguali è una sonora ingiustizia>, che si potrebbe assumere come la sintesi del pensiero di don Milani sul principio dell’uguaglianza.

Il ripudio della guerra è connesso alla sacralità della vita ed all’inviolabilità della persona, e non ammette eccezione alcuna.

La pace per don Milani è un valore assoluto.Il suo pensiero è conforme alla “Pacem in terris” di papa Giovanni XXIII, ma il tono è più diretto e coinvolgente:<La guerra futura(quelle alle quali assistiamo) sarà o aggressione o vendetta…le armi attuali mirano direttamente ai civili…si salveranno forse i militari…e noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana…e infine…alla guerra il cristiano non potrà partecipare nemmeno come cuciniere…>.

Ecco, sull’ultima frase, forse la più pregnante, vien fatto di pensare:perché la Chiesa, forte della sua autorevolezza, non proibisce ai cattolici la partecipazione in qualsiasi forma alla guerra, pena l’esclusione dai sacramenti e dalla comunità ecclesiale?

In un’epoca così travagliata, di fronte al caos ed al disorientamento, risentire la voce benevola di un maestro, di un padre della nonviolenza, risolleva lo spirito e riaccende la speranza:la responsabilità verso tutto è davvero il perno attorno al quale costruire un mondo migliore.

Alla nostra classe dirigente che tiene così tanto alle relazioni con la Cina, vorrei ricordare un antico proverbio cinese:<Per formare un uomo ci vuole un intero villaggio>.

Ci diano una mano a ricostruire il “villaggio”.

NICOLA LO BIANCO

 

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DANILO DOLCI

Danilo Dolci (1924-1997)

Uscire dal tempo primitivo

La vita e l’opera di Danilo Dolci sono un esempio di come è possibile cambiare “costringendo” alla saggezza gli increduli, i sottomessi ridotti al silenzio, le autorità irresponsabili.
Probabilmente fu l’impressione dell’estrema miseria che ne ebbe da bambino, seguendo gli spostamenti del padre capostazione, a farlo tornare a Trappeto, vicino Partinico, un piccolo borgo marinaro tra le province di Palermo e Trapani.
Seguiva, si capisce, una sua spinta interiore:la volontà di rendere la vita coerente coi princìpi, il desiderio di conoscere non astrattamente, ma nel vivo della realtà, l’innata sensibilità alla sofferenza, soprattutto a quella degli inermi che scontano le ingiustizie del mondo.
La prima esperienza, abbandonati gli studi di architettura, è quella di Nomadelfia con don Zeno Saltini, a Fossoli, un ex campo di concentramento nazifascista, dove orfani, ragazzi sbandati, ex ladruncoli, potevano ritrovare una casa-famiglia.
Dopo quasi due anni , confermato nei suoi propositi e sulla scorta della domanda che sempre più lo assilla –, abbandona, lui triestino, il Nord, e si trasferisce definitivamente in Sicilia.
Credo che il rovello spirituale di Danilo Dolci sia stato quello di “pretendere” un compiuto rispetto dell’essere umano, ricercando i fondamenti di una possibile liberazione morale, oltre che materiale:.

A pochi mesi dal suo arrivo a Trappeto, nell’ottobre del ’52, assume la forma assurda e tragica della morte del piccolo Benedetto Barretta per denutrizione.
E’ il primo digiuno di protesta, l’inizio di un infaticabile impegno per far risorgere consapevolezza e speranza .
Sono gli anni del banditismo, delle stragi dei contadini, della mafia latifondista e politica, della negazioni di bisogni primari:lavoro, istruzione, cibo, salute, violazioni di diritti umani che corrispondevano all’asservimento padronale e mafioso.
L’acqua, ad es., l’acqua, che di nuovo oggi c’è chi manovra per farne proprietà privata, era in potere della mafia, che la gestiva secondo suoi torbidi interessi, secondo amicizie ed alleanze, o costringendo “gli altri”, la massa dei contadini, alla subordinazione e all’ossequio.
Il giovane Dolci comincia a capire il “sistema”, e si rende conto che l’acqua, in un’economia estesamente agricola, è il nodo da sciogliere per creare una breccia nel dominio semifeudale.
E’ la grande sfida della diga sul fiume Jato, l’opera alla quale i siciliani legano immediatamente il nome di Danilo:un decennio di proteste clamorose, di scioperi alla rovescia, di studi sapienti e mirati, di conferenze che chiamano in causa l’inerzia dei governi.
Ma sono anche intimidazioni, denunce, processi, galera.
I lavori di costruzione iniziano nel febbraio del 1963.
Frattanto la figura DI Danilo Dolci prende rilievo nazionale ed europeo.Attorno alle sue iniziative si raccolgono numerosi giovani volontari, intellettuali e studiosi di prestigio che credono nella necessità di .

Nel mentre che continua la partecipazione attiva alla denuncia di ogni forma di violenza, di degrado, di umiliazione dell’uomo, sorgono l’Asilo-casa per i bambini più bisognosi, il Centro studi e iniziative, Radio Libera Partinico, “la radio dei poveri cristi”, la prima radio libera in Sicilia(libera, non privata), immediatamente chiusa dalle autorità.
Il Centro di Borgo di Dio (gloria delle parole) a Trappeto, diviene un laboratorio di elaborazione teorica e pratica dove prendono la parola non solo gli studiosi più qualificati, ma anche i diretti interessati:la gente del luogo, i contadini, i disoccupati, gli analfabeti, le tante famiglie abbandonate a se stesse, taluni ex banditi.
, è un principio fondamentale nell’operare di Danilo Dolci, morale, di metodo, di conoscenza:dar voce agli ultimi, partecipare dal di dentro alla loro vita, valorizzare le loro competenze e apprendere dalla loro saggezza, portare le cose più alte a confrontarsi con la loro cultura, ascoltare e costruire insieme.
Si trattava davvero, in quel tempo e in quei luoghi, di “portare i disperati alla luce”, perché, oltretutto, bisognava infrangere l’atavica diffidenza e lo scetticismo dei siciliani.
Ma , e il “sogno”, oltre a condizioni di vita più degne, era quello di far crescere , lo scopo vero al fondo del pensiero e dell’opera di Danilo Dolci.
Non è solo la persistente attenzione alle problematiche pedagogiche, è la trama stessa dell’attività, il modo stesso di interagire, a sollecitare la riflessione e la coscienza personale, a rivedere punti di vista e abitudini mentali, a riconoscere veridicità a quel principio basilare dettato da Gandhi:.
Il possibile “cambiamento” sta per Danilo Dolci nel rapporto intrinseco tra individuale e collettivo, nel conoscere meglio se stessi e l’ambiente in cui si vive, nello scoprire che , nel .
La violenza, sia fisica che verbale, è bandita senza compromessi, perché:c’è la ferma condanna dell’errore, ma respinge l’annientamento e l’umiliazione di chi lo compie, fosse anche l’uomo più bieco, perché , ma uomini che devono essere indotti al buon senso e al senso di responsabilità.
E’ un’eco della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII: “non si dovrà mai confondere l’errore con l’errante”, un insegnamento che oggi si tende gravemente a trascurare.
E’ l’acume di Pierpaolo Pasolini a scoprire, già in alcune poesie giovanili(’51) di Danilo, un fermento religioso che identifica .
Invero, Danilo Dolci è uno spirito religioso che opera laicamente, è l’uomo che vorrebbe coniugare un senso mistico-missionario della vita con la ricerca tutta terrena della verità.
La morale, ad es., non può essere imposta dall’esterno, perché risulterebbe una sovrapposizione ben presto vanificata dall’incontro con la realtà; è, invece, un impegno quotidiano, deve scaturire dal dialogo, dal confronto con l’altrui esperienza, dal lavoro proiettato sul sociale, dalla ricerca di un mondo più sano, insomma, dal mettere l’uomo nelle condizioni di poter scegliere liberamente il bene e non il male.
D’altro canto, il principio evangelico dell’amore per il prossimo è indispensabile perché.
Che nell’animo di quest’altro maestro del Novecento ci fosse, al di sopra dello scopo umano, un senso divino dell’operare, ce lo dice indirettamente lo storico Giuseppe Casarrubea, che in quegli anni conobbe Danilo e collaborò con lui:-Tra i suoi grandi maestri citava:Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini-.
E, del resto, è testimonianza comune che “Danilo fu sempre povero, e non disdegnò mai di esserlo”.

Nicola Lo Bianco

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MOHANDAS GANDHI(1869-1948)

L’ “uomo inedito” della nonviolenza

 

Sessantanni fa, il 30 gennaio 1948, Mohandas Gandhi, il “mahatma”, la “grande anima” della nonviolenza, veniva ucciso per le strade di Nuova Delhi, mentre tra la folla si recava alla preghiera.

Un giovane indù, un seguace della sua stessa religione, in mezzo alle lotte furibonde e sanguinose tra indù e musulmani, subito dopo la proclamata indipendenza, gli sparò contro tre colpi di pistola, come a volerlo punire dell’ultimo grande digiuno con il quale Gandhi aveva ottenuto la cessazione degli scontri ed atti concreti di rappacificazione.

L’uomo che aveva espulso dall’India l’Impero Britannico quasi solo con la forza carismatica  dei suoi princìpi, che insegnava la tolleranza sino al sacrificio personale, perché <nella casa di Dio ci sono molte dimore e tutte ugualmente sante>, soccombeva alla furia del fanatismo etnico/religioso, assisteva, con la sofferenza di chi va incontro alla morte, alla separazione dei <fratelli indiani>:i musulmani pretesero ed ottennero il Pakistan come Stato indipendente , sovrano e diviso dall’Unione Indiana;gli indù per rappresaglia cacciavano violentemente fuori dei confini i musulmani, privandoli delle loro case e delle loro proprietà.

Sembrerebbe il naufragio di una venerabile e grandiosa utopia:i fatti sembrano smentire la vita destinata di questo grande maestro, al quale porgevano intimo ascolto e palese ammirazione anche i suoi più accaniti avversari.

I fatti così come sono parlano di una “sconfitta”, e non possono non indurci a ben serie riflessioni, quelle che si possono riassumere in una domanda semplice, ma cruciale, che ci propone il Gandhi del XX^ secolo, e con lui tutti i garadi spiriti dell’umanità:qual è il destino dell’uomo?

La figura di Gandhi, pur nell’ambito di precisi accadimenti storici con i quali misurò la sua tempra morale ed intellettuale, fu ed è una possibile risposta alla dilaniata coscienza del Novecento, dell’uomo contemporaneo, che sente, ma non riesce a trascendere la “preistoria morale” nella quale confusamente si dibatte, ci dibattiamo.

In questo senso, quella che errroneamente si vorrebbe definire una “sconfitta”, è un episodio della lunga marcia per fare emergere l’ “uomo inedito” che è dentro ciascuno di noi:che scavi nei meandri del suo cuore fino a riconoscere che <la nonviolenza è la legge della specie umana>, che la ricerca della pace è insita nella natura umana, che essa, come già ebbe a proclamare Sant’Agostino, è il nostro desiderio più profondo.

L’umanità libera dall’abiezione animalesca ed ottusa della forza, dall’infelicità della menzogna eretta a sistema di vita, è il messaggio permanente che il “mahatma” ci lascia in eredità.

Mohandas K.Gandhi nacque a Porbandar nel Kathiawad, regione dell’India occidentale, in una famiglia della casta dei commercianti(ancora oggi, anche se formalmente abolita, in India permane la suddivisione in caste), che poteva ed anzi doveva pretendere un innalzamento culturale:a ciò fu scelto Mohandas, e per lui la professione di avvocato con la laurea da conseguire a Londra.

A Londra Gandhi comincia a dare prova della sua fermezza morale scegliendo per scrupolo etico/religioso di diventare vegetariano.

Così come, iniziata la “carriera” forense a Bombay, il giovane timido avvocato che s’inceppa nel prendere la parola, rifiuta come non degno il sistema di procacciarsi i clienti versando una percentuale ai “mediatori”.

La strada, quella che percorrerà fino alla morte, gli si rivela in Sudafrica, dove casualmente si reca a trattare per conto di una ditta musulmana, in sostituzione del fratello.

In Sudafrica sperimenta di persona la violenza razzista e l’umiliante condizione servile nella quale vivono gli immigrati suoi connazionali:viaggiando in treno verso la capitale Pretoria, viene fatto scendere a forza ed abbondonato in una sperduta stazione, perché, lui, uomo di colore, aveva preteso di viaggiare in 1^ classe, anziché nella 3^ loro assegnata;nella carrozza con la quale, l’indomani, intende proseguire il viaggio, viene malmenato perché si rifiuta di viaggiare in piedi fuori sul predellino.

E’ il 1893, è la notte, trascorsa assorto nel silenzio della sua anima, dell’ “uomo nuovo”, dell’uomo che affronterà la realtà non con l’odio e il risentimento dell’offeso, ma con la serenità di colui che possiede<una fede profonda nel Dio dell’Amore>, che sa che la vera funzione della legge, umana e divina, è quella di <unire le parti lacerate>.

Prima in Sudafrica, e poi in India, dove rientra allo scoppio della 1^ guerra mondiale, Gandhi mette in atto e mostra a tutto il mondo ciò che Martin Luther King ha poi definito <amore in azione>:che è possibile pensare e trattare gli uomini, la natura, gli inevitabili conflitti umani e sociali, non abbandonandosi alla ritorsione, alla distruzione fisica o morale, ma <risvegliando in chi commette il male quello che di migliore c’è in lui>.

Altrimenti la violenza genera violenza:anche se nel breve periodo raggiunge talora l’obiettivo, essa ineluttabilmente prepara e giustifica nuovi cicli di violenza.

Il fondamento etico-politico dell’opera di Gandhi è, invece, il “programma costruttivo”:le petizioni popolari, la disobbedienza civile di massa, la resistenza passiva, i pellegrinaggi della coscienza, le comunità spirituali(asharam), i digiuni, devono racchiudere il fine della umana conciliazione, della costruzione, attraverso la <bellezza del compromesso>, di uno scopo più alto e comune, e mai la volontà di infliggere danno o sofferenza.

La nonviolenza è il presupposto, il principio indefettibile, ed essa è molto di più della rinuncia alla violenza:è il Satyagraha, l’attiva partecipazione alle vicende umane con la forza della Verità in contrasto con la falsità; con l’ Ahimsa, l’Amore, la “forza dell’anima”, che toglie sostegno alla malvagità ed influenza il cambiamento interiore degli avversari, ma anche di se stessi.

La nonviolenza, perciò, non si esplica come atto individuale e singolare, anche se lo implica, ma è un modo di pensare e di essere che investe l’uomo nella sua totalità:dai rapporti interpersonali, all’economia, alla politica.Si capisce che <la prima condizione della nonviolenza è la giustizia, dovunque, in ogni luogo>, e la virtù somma è la <pazienza>, che è l’attiva accettazione della <sofferenza infinitamente più potente della legge della giungla per convertire l’avversario ed aprire le sue orecchie chiuse alla voce della ragione…la sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana>.

D’altro canto, a proposito della <ricerca esclusiva della felicità fisica e materiale della gente in Occidente>, Gandhi afferma:

<Il benessere delle persone in generale consiste nel conformarsi alla legge morale…sarà felice solo la gente che imparerà ad operare con giustizia in qualunque condizione di vita.Tutto il resto è vano>.

Com’è evidente, il fondatore del Satyagraha, il devoto seguace dell’induismo, trasse pure ispirazione dal cristianesimo e dalla tradizione morale dell’Occidente, da Socrate a Sant’Agostino, dall’umanesimo di Erasmo da Rotterdam a John Ruskin, riformatore inglese dell’Ottocento;studiò il Corano ed incoraggiò lo studio approfondito di tutte le grandi religioni < con animo riverente>.

Chi legge il Vangelo, il buon cristiano che non ha ancora accantonato l’alto magistero della “Pacem in terris” di Giovanni XXXIII, non dovrebbe avere alcuna remora ad arricchire il suo spirito religioso accogliendo il senso e la pratica della nonviolenza gandhiana che, a fronte oggi dello straripante ed incontrollabile impulso alla distruzione, rafforzerebbe, come dice Aldo Capitini, il fondatore della nonviolenza in Italia, il <dissenso con il mondo com’esso è…perché la realtà finora è fatta in modo che tanti esseri viventi vivono per la morte di altri>.

Si capisce che la nonviolenza sia in Gandhi che in Capitini, ha un risvolto sociale preminente, e si rivolge sì alla coscienza individuale, ma mai prescinde dalla realtà, ed, anzi, trova la sua ragion d’essere e la sua fondata verità nello sforzo di migliorare la trama dei rapporti degli uomini e delle cose:ad es., riflettendo sull’economia politica e sugli economisti, Gandhi afferma:<…le leggi dell’economia politica che escludono gli affetti umani sono più dannose che inutili…[esse]non sono applicabili all’uomo, che è soggetto ai sentimenti…dare norme per fare soldi senza considerazioni morali è un obiettivo che rivela l’insolenza dell’uomo…, ecc.>.

La religione, per Gandhi, è una forma d’impegno che conduce alla politica, e chi dice il contrario <non sa che significa religione>:non certo religione come “istrumentum regni”, come potere separato e sovrapposto, ma come <animazione e ispirazione interiore che orienta gli animi…nel rispetto delle coscienze…a dedicarsi al bene di tutti>.

Gandhi, ovviamente, sapeva il coraggio, la tenacia, come difficile fosse sradicare l’assuefazione millenaria alla legge del più forte;sapeva che<…a rigor di termini la stessa vita[in senso biologico]è impossibile senza una certa misura di violenza…>, e che talune circostanze impongono l’autodifesa o la protezione degli indifesi, ma ciò va fatto <in modo tale che la tua azione porti alla maggiore riduzione possibile della violenza a lungo termine e in tutte le sue forme>.

Mi accorgo di quanto sia  insufficiente questa sintesi della figura di Gandhi(chi vuole, può leggere ad es., Gandhi, La voce della verità), ma qualcosa di buono lo possiamo trarre, e cioè che, riguardo alla domanda iniziale sul destino dell’uomo, siamo chiamati a scegliere, piccoli e grandi, se continuare il corso rovinoso del secolo passato oppure eliminare la violenza dalla faccia della terra.

Il Novecento ci ha proposto due personaggi/simbolo:Hitler e Gandhi:il primo lo consideriamo come il male assoluto; ma è sicuro che lo abbiamo definitivamente sconfitto?Dice il “mahatma” Gandhi:

<La democrazia è incompatibile con la violenza>.

Noi possiamo subito fare qualcosa assumendo l’onestà come pegno d’onore e della dignità personale, invitando quelli più grandi di noi, quelli che hanno potere ed autorevolezza, a richiamare, educare, divulgare, inculcare, proporre, in ogni sede ed occasione, questa civile e cristiana virtù.Il contrario è grave peccato.

NICOLA LO BIANCO

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HANNA ARENDT

HANNAH ARENDT (1906-1975)

IN PRINCIPIO E’ LA RESPONSABILITA’

 

Hannah Arendt amava definirsi “scienziata della politica”, e non “filosofa”.

E’, credo, la definizione più calzante, se per politica intendiamo, non la miope amministrazione di interessi di parte, ma lo spazio di libertà garantito di ciascun uomo che, insieme agli altri, rende l’attività sociale più consapevole e responsabile, più eticamente avvertita.

In ogni caso, Hannah Arendt è l’acuta intelligenza, il pensiero che ci avverte dei devastanti errori nella storia del Novecento, del perché e del come bisogna stare all’erta per evitare la degenerazione politica e morale già sperimentata con il totalitarismo nazista e stalinista.

Nata ad Hannover, in Germania, da una famiglia ebrea benestante, la sua formazione avviene negli anni cruciali, tra la prima e la seconda guerra mondiale, in mezzo a quegli avvenimenti che avrebbero imposto una riflessione meno ottimistica dei presupposti della civiltà europea.

Studiò a Konigsberg, e poi all’università di Marburg, dove teneva cattedra di filosofia il giovane ed intellettualmente affascinante Martin Heidegger, del quale si innamorò, col quale ebbe una relazione sentimentale; quell’ Heidegger che è considerato tra i filosofi più importanti del Novecento.

Dopo qualche anno si trasferì ad Heidelberg, dove si laureò sotto la guida di Karl Jaspers con una tesi, pubblicata nel ’29, su “Il concetto d’amore in Sant’Agostino”.

Vorrebbe iniziare la carriera universitaria, ma l’avvento del nazismo la costringe ad emigrare a Parigi, dove conosce altri grandi intellettuali fuoriusciti, insieme ai quali aiuta i suoi compatrioti ebrei esuli dalla Germania.

L’occupazione di Parigi nel 1940 e le persecuzioni naziste in ogni parte d’Europa, la inducono ad abbandonare anche la Francia ed a rifugiarsi negli Stati Uniti, a New York, insieme al marito, il poeta Heinrich Blucher, ed alla madre.

A New York vive di collaborazioni a giornali e riviste ebraiche, di conferenze e seminari, fino alla pubblicazione nel ’51 de “Le origini del totalitarismo”, l’opera che la rivela come una grande pensatrice e che la pone al centro del dibattito filosofico e politico riguardo al rapporto, nella moderna società di massa, tra l’individuo e lo Stato, tra il cittadino e il potere, tra male e consapevolezza del male, tra colpa e responsabilità.

Presa la cittadinanza americana, inizia una prestigiosa carriera universitaria tra Berkeley, Princeton e New York.

Pubblica intanto opere che suscitano furiose polemiche, tra le quali “La banalità del male”, sul processo ad Adolf Eichmann, un alto funzionario nazista, imputato a Gerusalemme come organizzatore del trasporto di milioni di ebrei nei campi di sterminio.

Mentre è ancora in piena attività, al centro di interessi e dibattiti intorno alla sua opera, muore improvvisamente d’infarto nella sua casa di New York.

“Le origini del totalitarismo”, l’opera in cui condensa la sostanza del suo pensiero, è la ricerca, appassionata e lucida, di quei fattori che hanno reso possibile la formazione dello Stato totalitario:come può accadere che un popolo, nel cuore dell’Europa, dà il suo consenso a un regime  la cui legge suprema, dettata da un solo uomo, è la soppressione di chi e di ciò che si oppone alla sua volontà?Com’è potuto accadere che milioni di uomini hanno accettato, e molti di loro eseguito, ordini che ripugnano se non alla coscienza, certamente al buon senso comune?Com’è possibile, si chiede ancora la Arendt, che persone come noi, “banalmente normali”, “buoni padri di famiglia”, possono farsi strumento di sterminio?trasformarsi in mandanti ed esecutori di genocidi?

Sono interrogativi, a dare uno sguardo in giro per il mondo, che ancora ci riguardano, perché, come dice Primo Levi, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz,lo scrittore dell’opera-testamento“I sommersi e i salvati”,  <se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere di nuovo sedotte ed oscurate:anche le nostre>.

Secondo Hannah Arendt, ciò che, tra l’altro, s’è attuato nei regimi totalitari, causa di altre aberrazioni, è un subdolo meccanismo comportamentale che sottrae le varie articolazioni del potere, l’individuo, il gruppo, un intero popolo, al principio di responsabilità.

Accade che si deve rispondere, dar conto di sé, non alla propria coscienza, all’ambiente sociale nel quale si vive, a valori intrinseci alla convivenza umana, ma al capo supremo, alla ideologia che da esso promana e che si accetta come misura e norma del comportamento individuale e collettivo.

Il confronto nella mente del singolo non è più con la realtà, alla quale adeguare le proprie azioni, ma con ciò che diffonde e proclama l’apparato di potere.

Si potrebbe dire che ci si alleggerisce della “fatica” di  pensare, si rinuncia a dare un giudizio al di fuori del sistema dominante:il bene è, non la legge naturale o della consuetudine umana, ma il volere del Capo, il male tutto ciò che lo contraddice.

Si comprende come, non la ponderazione, ma il fanatismo fosse il modo di partecipare alle scelte politiche del governo:nella Germania hitleriana, nella Russia stalinista, ad es., non erano rari i casi in cui i figli denunciavano

l’ “insufficiente” ortodossia dei padri, gli amici gli amici, i vicini di casa, ecc.

La difesa di Eichmann a Gerusalemme, facciamo un esempio per tutti, fu proprio quella di sostenere la non responsabilità delle sue azioni, in quanto, lui dice, obbediva ai capi ed alle leggi allora in vigore.Come dire che il crimine era “normale”, rientrava nelle sue “legali” funzioni:egli, dice Hannah Arendt, <commetteva i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male>.

Egli non si “accorgeva”, non “sentiva” che quelle leggi istituzionalizzavano la persecuzione di gente inerme e incolpevole.

Il concetto di responsabilità, questo caposaldo di una qualunque formazione sociale, questo principio e fine dei valori dettati dal cristianesimo, in certi strati sociali del nostro paese sembra quasi del tutto smarrito:sembra sia ben accetta l’idea non solo della “giusta” impunità giuridica, ma anche di una sorta di impunità morale preventiva.

Sembra che gli uomini al potere, l’Amministrazione e gli organismi pubblici e privati(comprese le TV), rispondano del loro operato solo a se stessi, o tutt’alpiù alle strutture di comando, ma mai alla società civile (tranne nei casi di condiscendente concessione), sulla quale scaricano invece le loro responsabilità.

La società civile, abbandonata a se stessa può far emergere tanto di buono, ma nel complesso diventa “massa” dove <i peggiori hanno perso la paura, e i migliori la speranza>.

Quella, non più politica nel senso di “attività sociale consapevole e responsabile”, rischia di trasformarsi in pura e semplice gestione del potere.

La Arendt, soffermandosi sui pericoli che corre la democrazia afferma:<…ancora una volta i cittadini non sono ammessi sulla scena pubblica, ancora una volta gli affari di governo sono divenuti privilegio di pochi>.

Quanto siano nefaste le conseguenze del vuoto di responsabilità, chi scrive lo ha potuto constatare personalmente, quando, a partire dai primi anni ’90, con i primi “pezzi” della “riforma” scolastica, agli studenti si fece intendere che il loro comportamento(studio, disciplina, rispetto degli altri e dell’ambiente, ecc.) in pratica  era sottratto ad una qualsiasi, seppur doverosa, valutazione.

Quello che è oggi la scuola, organismo delicato e strategico per il futuro del nostro paese, luogo dove primieramente s’impara ad essere responsabili, è nelle cronache quotidiane di violenza e distruzione.

I primi effetti della irresponsabilità è la violazione sistematica della legge, quella che si definisce “illegalità diffusa”, ed è un dato preoccupante non solo perché produce disgregazione sociale, ma anche perché, come scrive Arendt, <il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità…la nazione perde la propria capacità di agire politicamente in maniera responsabile…>.

Prende il sopravvento, com’è facile intuire, la malvagità:il comportamento malvagio a poco a poco diventa “normale”, e ad esso, più o meno consapevolmente  ci adeguiamo.

L’ambiente si fa propizio alla spregiudicatezza, alla menzogna sistematica, alla derisione, se non al disprezzo, verso chi non sa o non può arrampicarsi sulle spalle degli altri.

 <Il male, concludiamo con le parole di Hannah Arendt, non possiede né profondità, né dimensione demoniaca, può invadere il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo.Questa è la sua “banalità”.

Solo il bene è profondo e può essere radicale>.

Ho accennato al Vangelo, c’è anche la Costituzione:due baluardi contro la degenerazione morale e la difesa di principi etici e civili inalienabili.

NICOLA LO BIANCO

 

 

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