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Lo specchio

Se l’acqua è sporca, noi siamo sporchi,
se l’acqua è inquinata, noi siamo inquinati,
se l’acqua e il mare sono cloàca di discariche, noi siamo cloàca,
se il mare che bagna le nostre coste, è disseminato di cadaveri,
noi siamo morti dentro.

NICOLA LO BIANCO

Nicola Lo Bianco

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immagine sanfrasò
L’UMANITA’ DELL’ACQUA

In origine fu l’acqua.Questo primario elemento è così intrinseco, così connaturato, che ci dimentichiamo quanto l’acqua sia forma e sostanza di vita.
Della sua insostituibile utilità ci accorgiamo solo quando per caso i nostri rubinetti rimangono a secco:di colpo, le nostre piccole abitudini quotidiane vengono sconvolte, alla ricerca di una qualche fonte di approvvigionamento, dobbiamo riorganizzare la nostra giornata.
Se questa mancanza si protraesse nel tempo, ci ritroveremmo a vivere in un altro secolo, in un’altra civiltà.
Ma qui non vogliamo parlare dell’acqua come uno strumento, un mezzo per soddisfare i nostri bisogni, ma come un fine, un’entità assimilabile alla figura umana, come una “persona”.
Il contrario, cioè, del trattamento che le riserviamo, come se fosse una “cosa” con possesso del tutto personale, arbitrario, al di fuori e contro le leggi naturali.
Un tempo quando si parlava dell’acqua si diceva come di un “dono di Dio”, e nelle civiltà antiche alle acque presiedevano ninfe e dei, esprimendo con ciò stesso un sentimento di rispetto, un’idea di non possesso esclusivo, e di offesa alla divinità in caso di violazione della sua “personalità”.
Insomma, l’acqua era un’esistenza sacra.
Chi scrive è convinto, seppure intuitivamente, che nel marasma attuale sia necessario ripensare a ciò che ci circonda, a ciò che siamo, a come e perché questa terra la abitiamo.
Ecco, ad es., dovremmo proiettare sull’acqua un altro sguardo pensando che anche l’acqua ha un’anima.
Dovremmo tornare a ripetere, a noi stessi e agli altri, che l’acqua ha un’anima.
Dovremmo formulare leggi a salvaguardia dell’acqua/anima.
Potrebbe sembrare l’idea fantasiosa di un incorreggibile sognatore, mentre invece questo sentimento promana dalla fisionomia stessa di questa forma fluens, di fronte alla quale siamo presi da un cumulo di emozioni che definiamo “meraviglia”.
Meraviglia è il mare che si offre come un frammento dell’universo:è terra e cielo, riflesso del sole e delle stelle, è movimento e profondità, respiro, suoni, colori, entro i quali “naufraghiamo” come in una vertigine religiosa.
Meraviglia sono le acque sotterranee e di superficie, i fiumi, che più si apparentano al corso della vita dell’uomo:dal torrente/giovinezza, impeto e distruzione, alla scorrere pianeggiante/maturità, fecondo e costruttivo, sino alla foce/vecchiaia/morte, a ricongiungersi, direbbe Omero, al “grande padre Oceàno”.
E’ l’emozione del vedere raffigurato tratto tratto il nostro destino in una maestosa sostanza che racchiude l’origine della vita.
Tutto questo percepiva San Francesco in quella dichiarazione d’amore che è il Cantico delle Creature.
Sono propriamente umani gli aggettivi che usa per raffigurare l’acqua:oltre che utile, essa è “humile et pretiosa et casta”.
Come una donna di incomparabile virtù: “preziosa”, al di sopra, cioè, di ogni misura di valore; “umile”, duttile e devota, pronta a donarsi a chi la richiede, ma pur sempre “casta”, limpida, pura, inviolabile, e che dà purezza fisica e spirituale.
In quest’acqua, secondo Francesco, dovremmo specchiarci, materia e simbolo della purificazione, come d’altronde è nel sacramento del Battesimo
o nel Purgatorio di Dante, dove l’acqua assurge a metafora di via della liberazione e di riconquistata armonia tra l’uomo e la natura.
Ma siamo così rimpiccioliti, così culturalmente annichiliti, che l’acqua, almeno nelle nostre città, è la “doccia”, un prodotto come un altro, come il bagnoschiuma o lo shampoo, e niente più.
Ben venga la doccia, si capisce, e sia benedetta, rispetto alla diffusa sporcizia dei secoli scorsi.
Ciò che inquieta, a parte l’abuso maniacale e lo spreco, è che la multiformità dell’acqua l’abbiamo racchiusa nell’ottuso contenitore del consumo, e così ce la raffiguriamo.
A dare respiro e libertà alla nostra intelligenza, dovremmo far riemergere quel sentimento che ci fa amici e complici della natura, quel sentimento che ci accomuna ai suoi elementi, senza i quali siamo umanamente perduti.
Se l’acqua è sporca, noi siamo sporchi,
se l’acqua è inquinata, noi siamo inquinati,
se l’acqua e il mare sono cloàca di discariche, noi siamo cloàca,
se il mare che bagna le nostre coste, è disseminato di cadaveri,
noi siamo morti dentro.
Dobbiamo riconvertire il nostro modo di percepire il mondo.
Dovremmo pensare ed agire accompagnandoci alla parola “sorella”, quella che Francesco usa per definira l’acqua:terapia e conforto, refrigerio e ricreazione, benevola in ogni circostanza, pronta alla carezza rigeneratrice, ma anche implacabile nel richiamare l’attenzione dell’umanità scapestrata.
A chi verrebbe in mente, chi oserebbe violare l’integrità di una “sorella”?
Oggi che la violazione è globale e sistematica e quasi del tutto impunita, sono relativamente pochi posti alla difesa attiva, una minoranza che si oppone alla gigantesca espropriazione e privatizzazione da parte di chi ha l’unico scopo, crepi pure il pianeta, di perpetuare dominio e ricchezza.
Rendere l’acqua, le acque, il mare, “possesso abusivo”, businiss, non è solo un arricchimento illecito, è anche un mettere nelle mani di una cultura distruttiva, la nostra storia, la nostra sensibilità.
Io voglio continuare a contemplare l’acqua, a immaginarmela come un luogo di poesia, con le sue pause e i suoi ritmi musicali, con i suoi silenzi misteriosi, l’acqua e la bellezza dei paesaggi, l’acqua che trama i pensieri dell’uomo, l’acqua dei nostri sogni, le sorgenti e i pozzi, le fontane e gli acquedotti, stupefacente rete di conservazione e distribuzione millenaria dell’acqua, frutto della fatica e dell’ingegno di innumerevoli generazioni.
Se dentro di noi facessimo crescere anche questo valore dell’acqua, ritroveremmo l’immagine della sua divinità , e non sarebbe “retrivo” soffermarsi a pregare al suo cospetto.
Mentre invece ci fanno fare la guerra per l’acqua, e nel suo nome ci fanno imprecare.
O ci fanno sentire colpevoli, o ci sentiamo propriamente colpevoli, leggendo questa inquietante poesia di T.S.Eliot del 1922, profetica per i tanti migranti “morti per acqua”:

Flebas il fenicio, morto da quindici gioni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
spolpò le sue ossa in sussurri.Mentre affiorava e affondava
attraversò gli stadi della maturità e della giovinezza
sprofondando nel vortice.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento
pensa a Flebas che un tempo era bello, e alto, al pari di te.

NICOLA LO BIANCO
aprile ’10

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