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Archive for the ‘letture e recensioni’ Category

 

Giusi Bosco intervista Maricla Di Dio

autrice di

DONNE DI SABBIA

Introduzione

La scrittrice Maricla di Dio Morgano vive a Calascibetta (Enna) e appartiene ad una famiglia di artisti, infatti il padre era scrittore e drammaturgo, la madre attrice della Compagnia Contoli, che rimase attiva fino ai primi del Novecento. Maricla più che la recitazione ha amato la scrittura e nonostante i successi teatrali ha preferito dedicarsi alla letteratura.

È autrice di diversi romanzi: “L’ultimo giorno d’estate”, “Il respiro del vento”, “Lena”, “Dalla parte del torto”, “L’isola”, e ha ricevuto numerosi premi letterari. Molte sue opere sono state recensite da personalità di spicco del mondo culturale: Vincenzo Guerrazzi, Sveva Casati Modigliani, Rosa Alberoni, Catena Fiorello e tanti altri.

Con l’ultimo romanzo “Donne di sabbia”, l’autrice ha raggiunto una maturità espressiva riuscendo ad analizzare con grande capacità introspettiva i personaggi, mettendo in luce i vari recessi dell’animo umano. Ma diamo a Maricla di Dio Morgano la possibilità di parlare del suo nuovo romanzo con questa intervista.

 

Giuseppina Bosco:

D: Nei romanzi in cui l’io narrante ripercorre le tappe di un dramma personale, incentrato sul rapporto madre-figlia, il coinvolgimento emotivo è inevitabile, soprattutto se chi narra deve fare i conti con il più tragico degli eventi: il coma vegetativo della propria figlia (Carla) a causa di un incidente . È su questa vicenda che si apre il romanzo di Maricla di Dio Morgano, “Donne di sabbia”. Il titolo oltre a sottolineare la diversa dislocazione geografica dei personaggi femminili, i quali hanno vissuto nelle città della costa africana (Egitto) attraversata dal deserto,  potrebbe connotare la fragilità della condizione umana?

 

Maricla di Dio:

R: La sabbia è sinonimo di aridità. Ma nelle profondità del deserto, scorre acqua. L’apparente aridità è un tema fondamentale in questo romanzo, legato soprattutto al personaggio di Sonia (ma non solo). L’incapacità di esternare emozioni e sentimenti è una prerogativa di questa donna dalla vita non comune ed è la motivazione dalla quale scaturiscono i sensi di colpa che danno spessore all’intero tessuto narrativo.  La pluralità del titolo in “donne” non è uno sterile riferimento a madre e figlia, ma l’estensione all’intero universo femminile e alle sue infinite sfaccettature e problematiche.

 

  1. Bosco:

D:  Il personaggio di Sonia è ben delineato nella sua complessità: è una donna che lotta per mantenere il suo fragile equilibrio, messo a dura prova dalle situazioni della vita e soprattutto dal rapporto problematico con la figlia. Quanto è presente l’autrice nel carattere della protagonista del romanzo?

 

  1. Di Dio

R: Io e Sonia siamo diverse caratterialmente. Mentre le vicissitudini che riguardano il mio personaggio hanno plasmato una donna fragile e insicura, le mie vicissitudini, i grandi dolori della vita, le prove, le delusioni, hanno determinato una certa fermezza. In Sonia ho trasferito comunque cenni di un personale disagio subito in seguito a un capovolgimento del mio vissuto, scaturito nel momento in cui ho dovuto identificarmi con un luogo fisso di residenza. L’angoscia del senso di Appartenenza e Identità che tormenta Sonia e ne determina tutta la complessità del suo essere donna, ha riferimenti personali.  Il mio felice mondo infantile e adolescenziale si è svolto nel cerchio di una straordinaria e inconsueta famiglia (provengo da intere generazioni di attori che con le loro Compagnie di prosa, giravano tutto l’anno in lungo e in largo l’Italia). Nessuna origine territoriale ha disciplinato la prima parte della mia di vita. Ero (eravamo) totalmente estranei a qualunque concezione di appartenenza.   Solo mio padre vantava origini “normali”, provenendo da una famiglia siciliana di piccoli tenutari da cui fuggì, lasciando gli studi, per rincorrere un ambizioso obiettivo: diventare un attore. L’incontro con la Compagnia di prosa di mia nonna, fu fatale. Raggiunse i suoi sogni e si innamorò di mia madre (donna di straordinaria bellezza e bravura). Quando mia madre in seguito a dolorosi eventi culminati con la morte di mio padre, ha scelto stoicamente di lasciare il teatro e sciogliere la Compagnia interrompendo l’antichissima tradizione artistica e ritirandosi in Sicilia (unico posto in cui esistevano radici e proprietà immobiliari), la nostra vita è stata catapultata in una realtà lontanissima da quella in cui avevamo da sempre vissuto. Non è stato per niente facile inserirsi nella piccola, angusta ed emarginata realtà di un mondo colmo di consuetudini come quello di un piccolo paese del centro Sicilia. Non è stato facile riconoscerne le peculiarità, identificarsi in esso.  Mia madre non ci ha neppure provato, chiudendosi in casa. Noi ragazzi dovevamo tessere la nostra vita cominciando un percorso sconosciuto e astruso. Ci sono voluti anni e anni…

Adesso vivo serenamente in questo arroccato paese. Ho imparato ad amarlo e  ad amare la mia Sicilia e se “l’identificazione” non è mai totalmente avvenuta per complessi misteri genetici, non ha più importanza. Non cambierei questo piccolo paese per nessun altro al mondo.

 

  1. Bosco:

D: La storia narrata fin dalle prime pagine richiama alla mente un altro romanzo: “Paula” di Isabel Allende. Ho riscontrato sul piano psicologico la stessa angoscia di una madre che tenta di comunicare con la figlia in coma per una incurabile malattia, ricordando i momenti più intensi della loro vita e sperando in un miracoloso risveglio. Anche se in Paula l’autrice unisce il dolore per la malattia della figlia ad un’altrettanto dolorosa esperienza: il colpo di stato di Pinochet del 1973 e l’uccisione di Salvator Allende, che ne segnano la vita. Un’altra differenza consiste nel genere narrativo. Se il romanzo dell’Allende è costruito come un diario autobiografico, “Donne di sabbia” rivela la struttura di un giallo. Il lettore deve cogliere alcuni  indizi nei vari capitoli del libro per trovare il filo che unisce la storia. Condivide tali parallelismi?

 

 

  1. Di Dio:

R: Ho letto Paula tanti anni fa e non ho voluto rileggerlo durante la stesura del romanzo, (come non ho voluto leggere altri testi che trattavano la stessa amara realtà (come quello recente su Eluana Englaro), per non essere troppo coinvolta e influenzata da sensazioni ed emozioni realmente vissute sulla pelle degli autori.  “Donne di sabbia” è pura invenzione. Nulla, dal punto di vista prettamente “umano”, che possa confrontarsi alla straziante partecipazione della Allende e del padre della giovane Eluana.

La struttura narrativa di Paula- per quanto io possa ricordare- è sicuramente molto diversa. Il mio romanzo come Lei ben dice, a differenza del testo della Allende, non è un diario. E’ stato concepito come un percorso storico-esistenziale che elabora le tipiche caratteristiche del racconto. Non mi sorprende del tutto il riferimento alla struttura di un giallo. Anche il prof. Grimaldi ha iniziato la premessa del romanzo con la frase: “Si legge come un thriller.” Forse è insito, nel romanzo, una logica giallistica che riconduce un passo dopo l’altro – in percorsi necessari e strutturati-  a verità e conclusioni ineluttabili, seppure in un contesto narrativo lontano dal classicismo giallo. Il tutto, comunque, non è una scelta programmata, ma casuale (per quanto possa essere “casuale” un indirizzo narrativo).

 

 

  1. Bosco:

D: Alla base dei conflitti tra Sonia e Carla vi è senza dubbio la loro distanza generazionale: quest’ultima non ha mai accettato la duplicità della madre, divisa tra l’atavica rassegnazione delle donne meridionali,  la mancanza di volontà nelle situazioni e la dinamicità di una donna moderna. Sonia, in realtà, ha avuto l’esempio di una madre forte e determinata come quelle del Sud Italia: lei era nata a Locri, in Calabria, terra intrisa di cultura greca e araba al contempo. Sonia nasce ,invece,nella casa colonica di Gars Garabulli, un villaggio libico, insieme ai suoi fratelli, sostenuti dalle  forti braccia materne e dipendenti dalla sua saggezza.  È forse la determinazione materna ad indurre i propri figli ad accettare di vivere in quella terra straniera, in funzione di un futuro migliore, poco comprensibile ad una generazione come quella di Carla?

 

  1. Di Dio:

R: Credo che ogni generazione abbia conflittualità in famiglia. E’ inevitabile. Ma la figura di Anna Greco, madre di Sonia, è del tutto diversa da Sonia stessa e diverse sono le dinamiche educative.  Mentre   Anna   è la roccia alla quale tutta la famiglia si aggrappa, Sonia vive un ruolo condizionato dagli eventi senza la forza e la determinazione propria della madre. L’educazione che cercherà di impartire a Carla è plagiata dalla conflittualità e dalla nebulosa consapevolezza del proprio “io” nel quale non riesce a scindere i ruoli che la vita stessa impone: donna-madre-moglie. La sua incapacità scaturisce sempre dalla confusa “appartenenza” (origine italiana-nascita e infanzia in Libia dove assimila e subisce il fascino del Nord Africa- trasferimento in Egitto in seguito agli eventi bellici del ‘47 e infine –già donna e madre- l’approdo in Italia). “Ero senza un’identità precisa……”

 

  1. Bosco:

D: Le descrizioni dei luoghi vissuti si traducono in immagini di potente realismo, con uno stile lirico ed evocativo di atmosfere, soprattutto quando la protagonista descrive  la città del Cairo, dove si trasferisce: <<L’Egitto aveva qualcosa della Libia, gli stessi odori, gli stessi tramonti. Scoprimmo un po’ alla volta tra stenti, fame, stracci, baracche, suk, fogne a cielo aperto, urla di bambini cenciosi, piaghe di malati e puzze, le infinite meraviglie di una terra colma di misteri.>> .Questo modo di scrivere  ha come modello Cesare Pavese de “La casa in collina” o di “Paesi tuoi”? Si nota anche l’essenzialità e la semplicità della sintassi, con periodi breve e molto fluidi nella forma. È  una particolarità della sua scrittura?

 

 

  1. Di Dio:

R:  Amo Pavese. Sono cresciuta con “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” che ha innestato in me il profondo interesse per la poesia e ho letto infinite volte “Prima che il gallo canti” “La luna e i falò” e altre opere del grande e sfortunato scrittore. Restano tra le più care letture giovanili che hanno lasciato in me il fascino della scrittura e l’incanto del “racconto” ma non ho mai avuto un modello che abbia determinato il mio stile. Condivido però il pavesiano simbolismo della campagna, la ricerca di radici, il mito della solitudine. La mia scrittura è piuttosto l’esito di un’infanzia trascorsa tra testi teatrali e letteratura. Una caotica, affascinante miscela di storie e personaggi in un vortice di sensazioni imbrigliate nella conoscenza. Da ogni autore ho attinto qualcosa, da ogni opera ho inconsciamente conservato embrionali essenze.

 

 

  1. Bosco:

D: Sonia è una donna che matura la sua affettività dopo il matrimonio con un archeologo italiano, che sposa perché è un’opportunità da non perdere. La personalità dell’uomo viene analizzata attraverso il filo della memoria, a cui lei si aggrappa per comunicare con la figlia, sperando in un suo risveglio. In questa sequenza del romanzo Sonia rievoca le lunghe assenze di lui come quella volta in cui mancò per più di un mese dopo l’incarico ricevuto per la salvaguardia del tempio di Ambu Simbel dall’inondazione della diga di Aswan. Quanto la professione del padre condizionerà le scelte lavorative della figlia, sempre in viaggio per il mondo, e la sua instabilità psichica?

 

  1. Di Dio:

R:  La figura del padre, per Carla, (al di là di architetture edipiche freudiane), colma le lacune del rapporto madre-figlia. La professione avventurosa e per certi versi misteriosa dell’uomo, esercita un fascino inevitabile sulla complessa personalità   di Carla che-in ogni caso- soffre enormemente per le eccessive assenze del padre.  L’amore per l’archeologia della bambina finirà quando questa provocherà la morte dell’uomo, ma resta in lei l’ossessivo interesse per la conoscenza del mondo. L’instabilità psichica scaturisce dall’infanzia inquieta, carente di riferimenti affettivi e si acuisce con la brutalità degli eventi propri della professione scelta: corrispondente di guerra.

 

  1. Bosco:

D: Il tempo storico nella narrazione parte da quello del regime fascista in Italia e della colonizzazione della Libia del 1934, con riferimenti alla guerra del ‘43, fino ai nostri giorni. Anche la perdita delle colonie italiane del 1947 s’intreccia con le vicende dei personaggi e vi sono anche accenni alla rivoluzione del 1959, quando Gheddafi prese il potere e rese indipendente la Libia. Perché invece il riferimento al presente non è molto contestualizzato?

 

  1. Di Dio:

R: Le vicende politiche italiane non coinvolgono Sonia e non ne condizionano la vita. La scoperta dell’Italia è un fattore emozionale puramente estetico. L’identità territoriale di Sonia non si rivela come aveva sperato, con il suo arrivo nel suolo di origine. A differenza degli eventi vissuti in Libia che hanno determinato la stessa esistenza della famiglia, l’Italia non porta sconvolgimenti. Lei non ne interiorizza gli eventi socio-politici, non segue le dinamiche di un territorio che in effetti non sente totalmente suo. Continua a   il suo vivere “in superficie, nella schiuma delle cose”.

 

  1. Bosco:

D: Molti personaggi secondari, dai beduini del deserto, ai pastori, alle donne dei villaggi, con i quali Sonia e Carla si relazionano, fanno parte di un mondo diverso, con tradizioni, rituali, cultura, lontani da quelli occidentali. Ad esempio Zira è una contadina in cui è contenuta tutta la saggezza e al contempo tutta la rassegnazione delle donne arabe, considerate alla stregua delle bestie, schiavizzate prima dal padre e poi dal marito; condizione inaccettabile per una mentalità emancipata e moderna come quella della protagonista. La figura di Zira però è quella di una grande donna, dotata di un’incommensurabile forza morale, il cui ricordo costituisce un arricchimento interiore e un insegnamento di vita. Nel costruire questo personaggio, si è ispirata  ad esperienze personali?

 

  1. Di Dio:

R:  Amo l’Africa e ho visitato molti suoi Paesi. Sono una viaggiatrice che “ruba ciò che vede e sente. Mi intrufolo nella vita degli altri, cerco di carpirne i desideri, le speranze, le difficoltà e le gioie. Questo mi è molto servito nell’elaborare romanzi e novelle anche se la mia esigenza non è professionale, ma puramente istintiva.

-Ho conosciuto diverse donne che potrebbero assimilarsi a Zina. Rappresenta  l’anima della donna araba. Ne incarna tutta la fragilità e la forza, in un    chiaroscuro di difficile comprensione per la nostra civiltà, ma di profondo spessore seduttivo.

 

 

  1. Bosco:

D: A proposito della narrativa dei grandi scrittori siciliani, quali Pirandello, Tomasi di Lampedusa e altri, Sciascia ha introdotto la categoria di “sicilianità”, che si rivela nella problematicità dei personaggi descritti, sempre alla ricerca di un “altrove” o di una possibile identità. In un passo del romanzo, e precisamente in uno dei tanti soliloqui di Sonia, c’è questa  amara riflessione: <<Ero senza un’identità precisa: italiana, libica, egiziana […] io non ero una, ma tante, nessuna.>> In che modo la sicilianità è presente nella scrittura di Maricla di Dio Morgano?

 

 

  1. Di Dio:

R: Tra i moltissimi autori con i quali ho condiviso infanzia e adolescenza, Pirandello era il mio idolo. La sicilianità è sicuramente presente in molti testi ambientati in Sicilia (Lena, L’Isola, La Siciliana, La coda del diavolo, Donne… e una moltitudine di novelle.) In “donne di sabbia” l’ambientazione e i profili dei vari personaggi sono molto lontani da quella che potrebbe essere la mia ormai dichiarata sicilianità, ma se ne riscontra la presenza proprio nel nucleo del racconto, ovvero, il tema dell’altrove nel paradosso fuga-ricerca esistenziale, ed è infine, dichiaratamente pirandelliana, la sintesi finale: l’allontanamento dalla realtà e il progressivo accostamento alla follia.

 

  1. Bosco:

D: La conclusione del romanzo sembra aprire le porte alla speranza e rimanda ad un “altrove” come luogo non definito, in cui finalmente Sonia e Carla possano incontrarsi e restare per sempre insieme. Quale messaggio in realtà l’autrice ha voluto trasmettere ai suoi lettori?

 

  1. Di Dio:

R: Vi sono dolori che la fragilità umana non supera e non trovano via d’uscita se non in quella sfera (maledetta o sublime), detta follia. La follia potrebbe essere il luogo dove rifugiarsi e ritrovarsi quando ogni altra speranza è vana. Un’opzione alla morte fisica (che Sonia rifiuta per la figlia, non accettando la possibilità dell’eutanasia). Cosa resta, quindi, se non   la follia   che già serpeggia nella povera mente di questa madre stremata da una inutile speranza, da anni d’insonnia, dall’abbandono di se stessa?  Follia come unico, estremo rifugio. Il mondo estraneo a ogni realtà nel quale portare con sé la sua creatura “ti porterò in un posto colmo di luce. E’ una strada facile. Dritta…  Ecco il cerchio magico dove tutto è possibile. Anche trovare un’assurda, impossibile felicità.

 

GIUSI BOSCO

 

 

 

 

 

 

 

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GIANCARLO CASELLI-LIVIO PEPINO
A un cittadino che non crede nella giustizia(Laterza ‘08)

In forma di lettera aperta al Cittadino, pacata, ma ben ordinata e convincente critica a quanto si dice della giustizia e dei giudici, da parte del cittadino comune e da parte del potere politico, del quale si dimostra la malafede e la programmata intenzione di sottometterla all’esecutivo, al fine di impedirle di sottoporre a inchieste i reati del potere sia economico che politico.
La disamina è condotta punto per punto per capitoli:conferma i mali che affliggono la giustizia, dai tempi lunghi ai possibili errori, dai magistrati di scarso impegno e professionalità, ai possibili errori giudiziari, per cui è necessaria la riforma, ma non nel senso che vorrebbero i politici e i poteri forti, si respinge anche la loro riforma riguardo al Consiglio superiore della magistratura, del quale si ammette una politica ambigua, ma non la difesa dei magistrati come “corporazione”, ecc.
-una macchina che gira a vuoto
-la leggenda di un Presidente del consiglio perseguitato
-comportamento dei giudici dal dopoguerra ai nostri anni:quando i giudici erano “apolitici”
-sistema politico e “burocrazia guardiana”:non è vero nei fatti e nelle intenzioni che i giudici vogliono prevalere sul potere politico
-fiducia con riserva:ci sono aspetti della giustizia e dei giiudici che inducono a una prudente fiducia-
-:impossibile ed errato come principio
-la questione dell’effettività del servizio giustizia:proposte
-veri e falsi garantisti
-e i giudici?:responsabilità e “irresponsabilità dei giudici
In sostanza, sulla base di fatti incontestabili le accuse dei politici sono false e interessate(ad es, separazione delle carriere, politicizzazione a sinistra, motivazioni politiche, ecc.), la loro politica tende con le programmate riforme di affossarla ancora di più e di affermare il principio che la legge vale per i deboli e non anche per i forti.

NICOLA LO BIANCO

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Beniamino Biondi
TELEGRAFI
edizioni Tracce,’05

La distruzione della ragione
di Nicola Lo Bianco

Impresa impari e dolorosa, dolorosa perché inutile, riportare alla ragione ciò che ragione non vuole essere.
E per ragione qui intendiamo quella “Occidentale”, quella su cui ha trovato fondamento la “modernità”, quella burocratica-tecnologica-produttivistica che ci ha cacciati in un labirinto morale/intellettuale, dove, lo diciamo con la sintesi sferzante di Nietzsche “tutto è inutile, tutto è falso, tutto fu” .
Ecco, la poesia di Beniamino Biondi sembra essere un aspro canto sulle macerie orribili di una civiltà in putrefazione, il passo incauto del solitario sopravvissuto che si aggira nella città deflagrata, nella quale è semplicemnete inganno ed ipocrisia cercare qualcosa di “ragionevole”.
Improponibile qualsivoglia nesso logico-consequenziale, bandita anche solo l’eco delle poetiche del Novecento(forse Pound, forse Celan), Biondi con convinta coerenza rimuove dal suo orizzonte poetico tutto ciò che potrebbe configurarsi come “normalità”.
Come se volesse vestire/travestire il reale con una corazza linguistica ed immaginifica fuori dell’ordinario, tanto da risultare impenetrabile ad uno sguardo, diciamo così, non degno.
Una sfida poetica, forse a se stesso, sicuramente al lettore, che è chiamato ad esercitare la pazienza e l’intelligenza, capendo, per l’appunto, l’irragionevolezza di voler spiegare ciò che il Poeta intende abbandonare al suo destino di bellezza oscura o incompiuta.
La domanda, semmai, è questa:questa introversa scrittura ha una sua ragion d’essere?è propriamente uno stile, cioè un autentico modo di essere e di sentire?A parere del sottoscritto, certamente sì: è una poesia dura, dice di sé (p.49), ma è vera poesia.
Nessuna concessione al furbesco “gioco” verbale, nessun artificio intellettuale, le raffinatezze linguistiche e culturali non sono ricercate, ma trovate lì, nell’immediatezza della composizione.
E poi, alla fine del travagliato tragitto interpretativo,la vivida sensazione di essere entrato dentro lo scombussolamento del mondo attuale, le convulsioni irrimediabili di una realtà senza senso.
Dico sensazione per dire della forza poetica affidata non al “discorso”, ma a frammenti visivi, mentali, fisici, sparpagliati in ogni direzione e raccattati nel vano tentativo di comporre un impossibile puzzle.
Il fatto è che non c’è niente da salvare, non c’è nessuna altezza, la visione del Poeta è quella di un’umanità bruta, rozza, un’accozzaglia di voglie e di quotidiane becere abitudini, alle quali pur egli partecipa …(p.24).
La spoliazione impietosa di ciò che teniamo per “sacro”, l’amore ad es., non è una “filosofia”, né una ben conformata coscienza, è pittosto uno stato d’animo reattivo al presente, l’ “ospite inquietante”, senza passato e senza futuro, che altro non accoglie che circondato com’è da <…risa decrepite, i soldati e/la fuga:la caserma e le celle/plurifamiliari, /…/il condotto/fognario e i tubi del gas esposti…/…/(Periferia, p. 16).
O anche <…chi gorgheggia un canto monocorde/mentre il pingue pachiderma combina illecite/negoziazioni:lei che si depila come una puttana…/(La spada e il crisantemo, p.20).
Se c’è una metafisica, questa attiene ai corpi, e l’amore non è “sublimità”, è spasmo sensuale, orgasmo, amorosità carnale:metafisica è il corpo che esce fuori di sé per incontrare un altro corpo.(Metafisica, p.46)
L’ “Ordo amoris”(p.45) è geografia del corpo, è ingordigia di piacere.
L’ “Agnus Dei”, la sezione dove sono inseriti i due componimenti, non è, perciò, redenzione morale, ma il suo contrario, consacrazione dei corpi nel peccato:<…danzo come/ il catecumeno al cerimoniale, turgido/…/(non tardo a seguitare sul tragitto vergine/al tuo pube) e giungo a ridestarti dalla/quiete, farmi corpo al corpo,/battezzarmi al tuo sangue…/(Metaf., p.46).
Il racconto novecentesco della “terra desolata”, nella poesia di Beniamino Biondi prende forma di implosione, dove i brandelli di vita si muovono come dissociati o meglio accomunati spesso da nessi “alogici” , dettati, a me pare, dal solipsismo dell’io, che non concede altri punti di vista, se non il proprio.
Significativamente “Effrazione” è il titolo di un componimento che recita:(p.68).
D’altro canto e legittimamente, il Poeta si ritiene ben lontano <dalla poesia dei fagioli cotti e/destinati sulla padella…/(p.63).
Di fronte alla terribilità, all’insensatezza, al nichilismo morale e intellettuale, il Poeta prende atto della compiuta distruzione della ragione e ne affronta i risvolti esistenziali.
E perciò la poesia assume figura di , , (p.22), essa stessa terribile, crudele, disamorata.
Accostamenti stridenti, dissonanti, immagini come rasoiate, implacabili, sconcertanti, che respingono e attraggono nello stesso tempo:ancora a p. 22 “Sabato Sera, Domenica Mattina”: …<scadente caffè e l’amplesso dei cadaveri/sulle panche del convento./…/comunque non siamo che/volti precari, incidenze uterine, figli sconfortati/…
Paradossalmente, a fronte del crollo verticale, il Poeta sceglie un linguaggio colto, sostenuto, tramato di un lessico scelto, un linguaggio inusuale non contaminato, incorrotto, tale cioè da fare schermo alla (p.20).
Ascendere l’altezza linguistica è, forse, per il Poeta l’ultima àncora di salvezza, e la scrittura poetica un gesto, se pure precario, di libertà, un esorcismo per tenere a bada in qualche modo i <propri fantasmi taciturni/e minacciosi tra la chiesa/ed il cortile che puzza/di aceto…(Perturbamento, p.59) e continuare a scrivere.
Non so quali siano gli ideali interlocutori del Poeta, forse nessuno, forse quei pochi o molti che riescono ad impossessarsi del codice proprio di questi “Telegrafi”, riconosco l’originalità e (p.33) di questi versi, ma sempre sono convinto che la poesia, proprio nel tempo in cui (Epilogo), deve lasciare intravedere la bellezza senza dolore.

Nicola Lo Bianco

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A proposito di
Rossano Onano
“Ammuina”
Genesi Editrice, ‘09

Ma Rossano Onano è un poeta

In sostanza Veniero Scarselli dice(cfr. R.Onano/V.Scarselli, Diafonie poetiche a contrasto, Genesi Editrice, ’10) che la poesia di Onano è un esercizio ludico da assimilare a una forma raffinata di enigmistica.
Molti dei rimbrotti “affettuosi” che Scarselli muove alla scritura di Onano sono giustificati e verificabili:”scrittura crittografica”, “deformazione fantastica della realtà”, “sconquasso di ogni ordine e significato”, “cacofonica illogicità”…, ragion per cui non si sa dove scovare la presunta poesia dell’Onano.
Il fatto è che Scarselli non ha pazienza:irritato dalla “cripticità” del linguaggio, da modi poetici che non gli sono congeniali, si rifiuta di cercare il “senso complessivo” del fare poetico di Onano, non gli interessa.
Forte della sua “vera poesia”, volta le spalle a tutto ciò che non è conforme e, volontariamente e volentieri, si allontana con passo sicuro.

Certo, non è facile, bisogna attraversare due o tre strati di pensieri e rimandi culturali, bisogna trattare Onano come un “paziente” a sua volta, che soffre di un qualche garbuglio emotivo, farlo quindi distendere, interrogarlo ripetutamente, farci attorno la ronda, per scoprire che Onano poeta è roso dalla disperazione.
E’ disperato perché non crede proprio a niente, ancor più perché vorrebbe uscirne, aggrapparsi a qualcosa, credere “almeno un po’ ”:e così si aggira disperso, guarda di qua e di là, senza requie, tra gli uomini e le cose di oggi e quelli di un tempo che fu.Questi, poi, gli confermano, se ce ne fosse bisogno, che nulla è cambiato, che si tratta sempre e ovunque, per dirla con Andrea Zanzotto, di un “ricchissimo nihil”.
Anzi, per R.Onano, di un non senso assoluto.
Per la verità, il poeta fa dei tentativi, vorrebbe mettere un po’ d’ordine, ma tutto fluttua come in un vuoto d’aria, senza risonanza, senz’anima:il dramma, la vita di Maria(pp.49-52) vale solo in quanto è riducibile a un compiaciuto calcolo statistico.
Sono frammenti, cronachette antiche o attuali, o anche mosse culturali(vedi ad es. p 42, Sentinella…),cerchiati di insignificanza, gesti, sguardi, pensieri, stupidi, tediosi, quasi meccanici, che sembrano nascere per finire nell’inconcludenza.
E’ inutile pretendere logica e misura, collocazione e direzione, la realtà non esiste, o meglio, esiste, ma è come se non esistesse, è inafferrabile, gira su se stessa e schizza via a perdersi chissà dove.
La narrazione non può sussistere perché non c’è niente da raccontare, le cose si possono segnare a dito, illuminare a flash, disporre come in uno scompigliato blob.La sequenza di Alissa(pp.33-40)che sembra concedersi al racconto, si conclude con un “tutto per nulla”, come a significare, accanto alla struttura anaforica che sbeffeggia “forma e contenuto”, che il procedimento narrativo, è un falso riempitivo, c’è o non c’è è la stessa cosa.
Per dirla in figura, la realtà a Onano gli esplode in mano e con essa il senso comune.Che cosa rimane?
La fuga, mettersi al riparo, costruirsi una postazione di difesa:rispondere cioè con fronte cinica all’inarrestabile schizofrenia di un mondo irrimediabilmente tarato.
L’unico sentimento onesto, non ingannevole, sembra dirci Onano, è l’ironia, in tutte le gradazioni, dal sorriso di compatimento(p.24), alla finta compartecipazione(p.19), dal ghigno beffardo, al fine sarcasmo.
Di primo acchito, ha ragione Scarselli:siccome la poesia, lo sanno tutti, deve essere un genere “difficile”, è facile rimanere “affascinati” dall’ “estrosa artificiosità del linguaggio”.
Ma l’ “estrosa artificiosità del linguaggio”, ammesso che corrispondente sia la definizione, è essa stessa schermo, debita distanza, partecipa di quella dissacrazione impietosa che investe anche l’ istituto stesso della poesia.
Per Rossano Onano non è un “gioco”.La poesia nel mentre che la fa la svilisce, la svuota dall’interno, ne mette in dubbio i connotati, dando così, (debbo per forza usare un brutto ossimoro) forma informe al non senso esistenziale.
Si spiegano così le omissioni logico-consequenziali, il procedimento che definirei “per metastesi”, cioè di continuo spostamento del baricentro, il linguaggio, o raggrumato, o di una avvilente banalità, luoghi comuni e flatus vocis, e, in entrambi i casi, inteso a rappresentare il non senso e l’insignificanza della situazione.
Enunciati di pura ascendenza letteraria, solenni, pretenziosi, intersecati, tagliati dall’inserto volgare, dall’insulso frammento linguistico raccattato tra il parlato degli ambienti più disparati.La parola, alla fine, si configura come un fragile appiglio in un mare di detriti esistenziali scomposti e alla deriva.
Ne dovrebbe risultare una poesia angosciante, ripiegata su se stessa, snervante, mentre invece induce al sorriso, alla pacata riflessione su quest’ “uomo che è nuvola”(p.57) ed alla sua “verticale follia”(p.17), alla sua corriva insipienza.
C’è ancora, a tenere assieme i frammenti, la libera intelligenza, l’ironia che sdrammatizza e assume figura di riscatto, funzione di terapia, di ultima ragione della poesia e del ruolo del poeta.

Nicola Lo Bianco

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