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Archive for the ‘scuola’ Category

Alla ricerca della scuola perduta

Caro Amico,
Mi hai chiesto per telefono, forse perché sai della mia passione per l’insegnamento, di scrivere qualcosa sulla « scuola dei miei sogni ».
Ti rispondo in forma epistolare, come a farti una confessione, come a rivolgermi a un buon amico che ancora crede nella bontà del ‘sogno’ suo e degli altri, che non si lascia sopraffare dal ‘realismo’, che spesso non è altro che un camuffamento della rassegnazione nella miseria culturale e morale e dell’opportunismo.
« Nessun maggior dolore, dice il Poeta, , che ricordarsi del tempo felice nella miseria », nella miseria culturale e morale in cui è caduta la scuola italiana, in un modo, temo, irreversibile, almeno in tempi brevi.
La scuola, come sai, è un organismo delicatissimo, sensibile, muta in relazione ai mutamenti di costume, di valori, delle finalità sociali alle quali è chiamata a rispondere.
Ma in ogni epoca, sotto qualunque regime, dall’antica Grecia alle moderne democrazie, la scuola si costituisce e trova la sua intrinseca motivazione in due fondamenti imprescrittibili, senza i quali essa non è più tale :come crocevia di passato/presente/futuro ;come spazio d’incontro, fisico ed umano, tra vecchia e nuova generazione, in un rapporto di presumibile fiducia tra docente e discente.
La scuola è, dovrebbe essere, memoria, sintesi cioè ed interpretazione del passato ;è presente, sguardo attento e perspicace sulla realtà ;è futuro, istanza critica del presente e prospettiva individuale e collettiva di possibile miglioramento, propensioni queste ultime che sono proprie delle nuove generazioni.
Quella che, con termine ingannevole, chiamano da decenni ‘riforma della scuola’, ha frantumato questi principi basilari e con essi la dialettica culturale, il dialogo adulti/giovani, abbandonando alla deriva un’istituzione strategica per l’avvvenire e l’identità di un popolo.Come dire che la scuola italiana è stata svuotata della sua funzione primaria :quella educativa didattica, quella precipuamente culturale.
Ma bando alle tristezze, lasciamoci soverchiare dal , che è anche testimonianza morale e perdurante speranza.
La scuola dei miei sogni, caro Amico, è serena, gioiosa, palpitante di vita, ricca di affettività e di vivace creatività.Dove ti può capitare che gli alunni abbraccino il professore perchè lo amano, lo riconoscono competente ed esperiente, figura che nel quotidiano della vita scolastica non tradisce le loro aspettattive;oppure, che il professore si pone in attento ascolto, prende in seria considerazione i dubbi, le domande, le eventuali fanciullaggini, o anche le “confidenze” esistenziali tipiche dell’età adolescenziale.
Questo clima di simpatia umana ed intellettuale è parte importante, deve essere parte integrante, ma non decisiva delle finalità educative.
Il ruolo docente/discente va nettamente distinto perchè il rischio è quello di scadere in un sentimentalismo spicciolo, che nel tempo si rivela sciocco, inutile, dannoso.
Io vedo, al contrario, un docente come guida discreta, sensibile, fortemente consapevole della grande responsabilità nei riguardi della crescita anche sentimentale dei giovani, per cui sa essere di volta in volta severo o indulgente, irremovibile o comprensivo in relazione alla funzione pedagogica primaria e prioritaria :quella di educare alla riflessione, alla conoscenza di se stessi, al gusto per le cose belle e buone, al senso di appartenenza ad una società dalla quale ciascuno riceve, alla quale ciascuno responsabilmente deve dare.
Per dirla in sintesi, e sull’esempio della scuola di Barbiana di don Milani, del quale, tra l’altro, si ricordano le solenni sfuriate ad ogni mancanza d’impegno, i giovani vanno educati a considerarsi portatori di diritti e di doveri, quelli che fondano l’uguaglianza, la dignità, il vivere civile tra gli uomini.
Non vorrei, caro Amico, dietro queste ultime affermazioni, essere frainteso, come se stessi parlando di una forma, ridicola e praticamente inutile, di sovrapposta educazione civica :il fulcro della scuola che io sogno è lo studio, la ricerca, l’entusiasmante scoperta, quella che emerge, nel tempo e nello spazio, da altre culture, da altre e varie esperienze di vita, da altri valori o disvalori, lontani o vicini, coi quali instaurare un confronto, sui quali interrogarsi, dai quali assumere o rifiutare, a seconda delle inclinazioni personali, pensieri, sentimenti, stili di vita.
Dai quali, in ogni caso, trarre la convinzione che per capire meglio se stessi, il proprio ruolo, il mondo in cui si vive, è necessario guardare agli altri, a ciò che è diverso, ad averne conoscenza e comprensione.
La scuola dei miei sogni, caro Amico, lo confesso, è un tempio, da dove è escluso tutto ciò che è profano, tutto ciò che non è compatibile o che distrae dall’impresa oltremodo difficile della formazione delle nuove generazioni :una scuola composta, raccolta, rassicurante, ma disposta ad ironizzare su se stessa, allegra, gratificante di risultati ;dove poi, all’occorrenza, sarebbe l’irruenza dei giovani a violare questo clima.
Ed anche questo deve essere accolto come parte non secondaria della vita scolastica.
E l’insegnamento, confesso anche questo, dovrebbe essere una forma di sacerdozio, una dedizione, un offrirsi interamente non solo come docente, ma anche come uomo, il quale fa partecipi i suoi allievi di tutto quello che sa o che mano a mano apprende, e non esclude le possibili sue emozioni di fronte ad una poesia bella e profonda.
Come vedi, ti sto parlando di un rapporto maestro/discepoli, dove discepolo significa ascoltare, accogliere, verificare, discutere, fare;dove maestro significa migliorare se stesso, sbagliare e correggersi, considerare preziose le singole personalità dei discepoli, importantissima la funzione alla quale ha scelto di dedicarsi.
Ne nascerebbe, tra maestro e discepoli, un’amicizia perdurante nel tempo, che non fa dimenticare, che potrebbe fare dire al discepolo, dopo anni, al di là delle singole materie :« tu mi hai insegnato tante cose che mi mi sono state utili nella vita mia personale e sociale».
Nella scuola dei miei sogni, sul frontone dell’edificio, dovrebbero essere incise le parole di un grande maestro dell’Ottocento, Francesco De Sanctis :
»La scuola sia come un laboratorio, dove tutti, maestro e discepoli, siano compagni nel lavoro, e il maestro non spieghi solo e dimostri, ma ricerchi insieme con loro, sicchè attori siano tutti e tutti siano come un solo essere organico animato dallo stesso spirito ».
NICOLA LO BIANCO

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ELOGIO DEI DOCENTI

ELOGIO DEI DOCENTI

Oggi succede che la parte migliore del paese, quella che svolge duramente e onestamente la sua vita, che lavora propriamente per sopravvivere, che deve arrangiarsi per non soccombere, è la parte in ogni senso più maltrattata:trascurati, derisi, sottopagati, precari, sotto minaccia di licenziamento:non più soggetti di diritto, sono praticamente i paria del “sistema”.
A questa parte, per un verso o per l’altro, appartengono anche i docenti, soprattutto quelli che si sono dedicati all’insegnamento a partire dagli anni ’90.
Ricomincia un nuovo anno scolastico, ma con apprensione tra i docenti, e sconforto, non più, io immagino, con il sereno entusiamo di riprendere il rapporto affettivo/educativo con gli alunni.
Ma chi è il docente?Che cosa è propriamente la scuola?
Non certo quella attuale, ridotta all’osso, stoltamente travestita da azienda privata, deviata dagli scopi suoi propri:un ingombro, per i vari governi, una palla al piede, buona tutt’alpiù per le annuali scorribande finanziarie e burocratiche dette “riforme”.
E così, per i più, si è persa la nozione di Scuola, la sua importanza, la funzione strategica che essa assume nell’ambito della storia e dell’identità di un popolo.
La scuola non è, com’è nell’intendimento dei vari “riformatori”, un centro di accoglienza e di intrattenimento dei giovani, la scuola è luogo prescelto per far crescere buoni cittadini, non arruffoni, tanti diritti e niente doveri, gettati lì a mucchio per lasciargli prendere il “pezzo di carta” come che sia.
In questo contesto, entro questa struttura asfittica e stremata, operano i docenti:oppressi da adempimenti cartacei inutili e dispersivi, messi in sospetto di genitori e alunni, privati in gran parte degli strumenti idonei agli scopi educativi, essi sono ritenuti, ingiustamente, gli unici responsabili dell’ andamento scolastico.
Purtuttavia, il fatto importante è che la gran parte di loro non ha ceduto e non intende abdicare al ruolo che gli detta il loro percorso di educatori.
A cominciare da un principio morale che non può non animare il loro lavoro, la consapevolezza, cioè, di trovarsi di fronte a delle “persone”, a giovani in crescita affidati alla loro onestà intellettuale ed alla loro sensibilità.
Alla loro “ingenuità” anche, quella di chi si dedica senza aspettarsi alcuna ricompensa particolare, alcun riconoscimento, se non la fiducia e la benevolenza dei propri alunni.
Un lavoro paziente, snervante, di quotidiana sollecitudine e avvedutezza, oltre che di scelte didattiche spesso problematiche.
Si capisce che non tutti i docenti sono allo stesso livello, mai lo è stato e mai lo sarà, si capisce che anch’essi sono soggetti all’errore, ma tutti mediamente compiono il loro lavoro di insegnanti doverosamente.
E questo è grande titolo di merito, se si tiene conto che il “meccanismo” è congegnato in modo tale da disamorare, indignare, sdegnare.
Oltre l’umiliazione di dover piatìre ogni anno il posto di lavoro, perché sei in “mobilità”, cioè nella lista dei “perdenti posto”, nella scuola è entrata con tutta la sua forza disgregatrice la precarietà e con essa l’emigrazione dal Sud al Nord per avere anche solo una supplenza annuale o per uscire finalmente dall’incertezza lavorativa dopo decenni di insegnamento.
Con tutte le conseguenze dell’essere precario: cambiare o spostarsi di anno in anno da una città all’altra, da una scuola all’altra, interrompendo il rapporto con gli alunni, abbandonando il lavoro fatto per ricominciare daccapo, con ulteriore grave danno per gli studenti, anch’essi disorientati e disaffezionati, sensibili a una scuola incerta e traballante.
E poi, il lavoro dei docenti non finisce con la fine delle lezioni, com’è opinione comune indettata dai media:per non dire d’altro, il docente ripensa al rapporto con gli alunni, cerca soluzioni di fronte a situazioni e a studenti difficili, ma in un contesto, quanto meno, non solidale, pronto piuttosto a dire che “non sa fare il suo lavoro”.
A ben riflettere, se la scuola pubblica risponde ancora, per quanto possibile, al suo ruolo, se si regge anche solo su una gamba, io credo che lo si debba all’abnegazione dei docenti italiani, i quali operano cercando di arginare il disastro programmato e perseguito, e all’intelligenza di quei presidi che non si piegano a far la parte di semplici esecutori burocrati vigilanti.
Un tempo si ironizzava, e il sottoscritto era tra questi, sulla “missione dei professori”:oggi, volenti o nolenti, questa è una verità di fatto, almeno per quelli che scelgono di insegnare in queste condizioni.
Con tutto ciò, c’è ancora chi ripete a pappagallo che :è la logica di chi ha voluto l’asservimento dei docenti, la logica degli ispettori scolastici mandati dal Ministero negli anni dello scardinamento della Scuola, la logica di chi ha sollevato lo studente da ogni e qualsiasi responsabilità di studio e di comportamento.
La sconfitta, grande, dolorosa, di cui ancora non si colgono tutte le rovinose conseguenze, è quella della Scuola pubblica italiana e del paese.
Dice un antico proverbio cinese:, cioè ci vuole benigna volontà politica, società civile, riconoscimento, denaro, strutture, diffusa cultura educativa, apparati di sostegno, ecc. ecc.
Scaricare la “sconfitta” sui docenti è una chiacchiera facile e un’idea sospetta, l’idea cioè di chi chiude gli occhi di fronte alla realtà, perchè non vuole una vera rifondazione della scuola.
NICOLA LO BIANCO

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A proposito della prof/ssa condannata a due anni di reclusione:A Palermo.

Non so che cosa ne pensino i genitori del ragazzino sottoposto alla violenza verbale e fisica, ma non voglio entrare nel merito della sentenza, rilevo che c’è un falso pedagogismo raccattato tra le pieghe dei talk show o degli scoop mediatici, responsabili
per la loro parte del degrado della scuola e del fango gettato a piene mani sui docenti , secondo le direttive di chi da ventanni “governa” la scuola.
Lei che, a quanto intuisco, è un bravissimo insegnante, per mantenersi coerente e imparziale nel suo ruolo, dovrebbe costituirsi parte civile in difesa del ragazzo oggetto dell’atto di bullismo, dopo essersi domandato :ma è sicuro che c’è un solo metodo educativo e che quello mio sia il meglio che c’è sulla piazza?E’ sicuro che quello sia stato solo “un comportamento sbagliato e riprovevole”?O c’è qualcos’altro?O c’è forse una tendenza a “squagliarsela”, ad abdicare alla responsabilità di educatore?
E’ evidente che lei gode della condanna della professoressa, le chiedo:le è mai capitato di essere minacciato e fatto oggetto di rappresaglia anche violenta da parte dei “suoi” alunni?E che questi alunni siano rimasti sostanzialmente impuniti?Le è mai capitato di domandarsi se per caso questa difesa a oltranza dei violenti abbia contribuito a diffonderla la violenza?
Non dico altro, può anche darsi che qualche suo spunto educativo sia, a seconda dei casi, appropriato, ma qui quello che a lei manca è la tristezza, l’afflizione, l’inquietudine,
che, credo, siano doti umane primarie in un docente di fronte a casi come questi.
Grazie della sua attenzione
le auguro buon lavoro
a scuola e fuori.
prof.nicola

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DISTRUGGERE LA POESIA

Distruggere la poesia

di Marco Rovelli

La scuola va distrutta in ogni ordine e grado, senza risparmio. Ne beneficeranno le scuole private che servono i ricchi del paese dove la forbice della diseguaglianza è tra le più alte al mondo, ne beneficeranno i preti, ma anche chi necessita di un popolo gregge. La Gelmini adempie diligentemente alle direttive. Con ogni mezzo possibile.

Tra questi, un cd distribuito in 70mila copie presso le scuole medie di alcune regioni, per far parte del programma di studio. Musica e parole. 10 in poesia. L’abominio. Poesie di Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Montale – tutte massacrate a colpi di becero pop. Fatte cantare ai divi della tv, da Amici a X Factor a Saranno famosi a Ok il prezzo è giusto. Tutti accomunati da un’assoluta inconsapevolezza di quel che stanno cantando. Tutti presi nel furore di distruggere il concetto stesso di poesia. Fingendo di “avvicinare i ragazzi alla poesia”, si eleva a metro dell’arte un simulacro di musica iperbarica, vuota, pura merce. Del resto a questo deve servire la scuola, a tirar su una generazione di consumatori senza alcuna capacità critica.

Andate su http://www.orofinoproduzioni.com, e sentite Elisa Rossi da X Factor che trapassa a colpi di leziosità A Zacinto, ma anche il povero Mario Venuti che si è prestato a poppizzare Meriggiare pallido e assorto. Poi potete vomitare, se volete. Ma ritenetevi fortunati, allo stesso tempo. E già, perché l’ideatrice di questa immondizia è Loriana Lana, che non è solo la testimonial della candidatura del nostro Caro Leader S.B. al premio Nobel per la Pace, ma anche la paroliera dell’inverosimile canzone (estremo sintomo della cartoonizzazione dell’Occidente, per citare il mio amico Giulio Milani) Silvio forever (Silvio forever sarà silvio realtà silvio per sempre / Silvio fiducia ci dà silvio per noi futuro e presente / nobile e giusto tu ci piaci per questo sei il pensiero che ci guiderà). Pensate, poteva musicarci anche un Sandro Bondi, la signorina. Un’altra miracolata del basso impero. Ricompensata con 70mila copie per i suoi innominabili servigi.


pubblicato su “l’Unità”, 8/5/2010

http://www.ilportaledelsud.org/distruggere.htm

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Quale scuola?

Stiamo assistendo ad un attacco senza precedenti, violento e distruttivo dei diritti e delle condizioni di vita materiali e morali di tutti i lavoratori dipendenti.
Il suo nome è PRIVATIZZAZIONE , sulla quale sembra esserci e di fatto c’è il complice assenso di tutto lo schieramento politico parlamentare, dei sindacati , dei massmedia, dei ceti privilegiati dell’apparato burocratico, dei cosiddetti intellettuali che contano .
E così, quella che chiamiamo crisi, causata e manipolata dai potentati economici e finanziari, la debbono pagare a caro prezzo la parte più debole e meno garantita della popolazione, sulla quale si vengono a scaricare insopportabilmente tutte le contraddizioni e le malversazioni di una classe dirigente irresponsabile prepotente ed opportunista.
La logica demenziale della privatizzazione che , purtroppo, entra anche nei cervelli di tante sue vittime dirette, nella sostanza non è altro che la distruzione dello Stato sociale, le cui conseguenze ognuno di noi esperimenta nella vita di ogni giorno.
Quello che con parola ambigua chiamano NEOLIBERISMO   non è altro che lasciare mano libera al privato di fare e sfare come e quando vuole, di diventare lui solo legge e misura, con l’imperio del più forte, ai ricatti del quale, volente o nolente, deve sottostare chi forte non è.

da RIFLESSIONI DI UN INSEGNABTE SOLITARIO, 1994

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DIRITTO ALLO STUDIO 4

Dedicato ai giovani docenti umiliati e confusi,

ai miei ex alunni, a tutti coloro che si chiedono perchè.

Anche riguardo al ruolo del docente bisogna fare chiarezza, stabilire dei punti fermi, senza i quali qualunque progetto rischia di crollare su se stesso.

E’ evidente che questo ruolo muta a seconda delle diverse metodologie e delle finalità che si intendono perseguire.In ogni caso, l’insegnante, per intrinseca motivazione, vuole, checchè ne pensi la diffusa cialtroneria, ottenere dei risultati quanto più possibile positivi.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che il suo lavoro si configutra come un esame quotidiano permanente di fronte a una scolaresca che si attende risposte qualificate e competenti a diversi livelli.

Con ciò non si vuol dire che il grado di preparazione degli insegnanti sia omogeneo:Come in qualunque altra attività, non lo è, non lo è mai stato, non lo sarà mai.Vogliamo dire che un giudizio sul profilo del docente italiano va fondato sull’impegno didattico-formativo, sul senso di responsabilità, sulla consapevolezzaa dell’importanza del compito, al quale egli è chiamato.

Importanza sulla quale non c’è alcuna riflessione e della quale non esiste traccia nelle disquisizioni pedagogiche e nei vari progetti di riforma.

Come se quella dell’insegnante fosse una funzione secondaria, parte subordinata di un meccanismo, che sfugge al suo controllo, ma del quale alla fine è tenuto a rispondere in toto e in prima persona, agli studenti, alle famiglie, all’amministrazione scolastica, alla società civile nel suo complesso.

Occorre risolvere, preliminarmente, questa contraddizione, dalla quale dipende in gran parte la qualità dello studio.

Se è vero, se si accetta (o si pretende) che il ruolo del docente è fondamentale, bisogna ammettere che occorrono condizioni idonee e strumenti adeguati.

Piccolo o grande che sia, il professore è un intellettuale.I suoi strumenti sono i libri, qualunque fonte utile di informazione, capacità comunicative.La sua attività è fatta di studio, di ricerca, di approfondimento, di rielaborazione.

Valutare il suo lavoro in termini quantitativi è una astuta volgarità che non mette conto discutere.

Il professore è questo e questo deve fare e non altro.Deve cioè maturare contenuti, metodologie, percorsi didattici in sintonia con i suoi allievi.

Tutto ciò che non rientra in questo quadro di riferimento va respinto come fuorviante e dannoso.

Le sue energie vanno concentrate e potenziate in questa direzione, altrimenti avremo un corpo docente sempre più demotivato ed i risultati che le innovazioni presuppongono migliori, saranno inferiori a quelli attuali.

Il docente, dunque, come soggetto di qualità culturale, che sente il suo lavoro utile perché finalizzato, in tutti i suoi momenti, allo scopo precipuo dettato dalla sua professione.

da Riflessioni di un insegnante solitario, Borgonuovosud,’94

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DIRITTO ALLO STUDIO 3

Dedicato a tutti i giovani docenti  frastornati e umiliati,

ai miei ex-alunni, a quelli che si chiedono perchè.

Troppo spesso, e spesso con facile improntitudine, si afferma che <la scuola è sorda alla realtà esterna>, <la realtà deve entrare nella scuola>, <la scuola deve aprirsi al territorio>, e simili:formulette che sembrano significare tanto e che, ad una pur fuggevole riflessione, significano ben poco o niente.Slogan e formule rivelano, ancora una volta, il disinteresse, la leggerezza, la confusione, con i quali si pensa e si parla di scuola.

In verità, mai nessuna scuola, in nessuna epoca, neppure quella della logica formale del Medievo, è stata avulsa dalla realtà.

A meno che milioni e milioni di giovani studenti non vogliamo considerarli extraterrestri, la scuola è parte della realtà, vive, per forza di cose, nella realtà, s’incontra con la realtà, ma non è la realtà.

Essa è tale perché ritaglia uno spazio fisico, cognitivo, intellettuale, che non rinnega, ma pone momentaneamente tra parentesi il contingente e il quotidiano.Essa non può ridursi né affrontare vanamente ciò che esula dal suo compito primario.

Non può e non deve piegarsi al soffiare dei venti della moda, al dettato estemporaneo di questo o quell’argomento, di questo o quel problema particolare e circoscritto.

Per intrinseca costituzione essa ha la funzione di far comprendere la realtà, attraverso l’acquisizione di una strumentazione logica, scientifica ed estetica, che consenta una visione prospettica ed una consapevolezza più alta e comprensiva della vita.

Disperderla in mille rivoli senza sbocco, provocherebbe un’ulteriore, perniciosa <malattia>:la nevrosi individuale e collettiva.

E’ opinione diffusa che i professori<lavorano poco>, <non sono ben preparati>, <si arricchiscono(?!)con le lezioni private>, ecc…

Sono pregiudizi radicati, difficilmente estirpabili, anche ad approntare argomentazioni circostanziate e documentate:le tralasciamo, ché non è questo l’intendimento, di fare cioè il difensore d’ufficio della categoria.

Qui basta ricordare che quasi mai nel trattare di scuola ed educazione, si tiene conto e si assume anche il punto di vista del docente.Ci chiediamo:perché?

 da Nicola Lo Bianco,Riflessioni di un insegnante solitario, borgonuovosud, ’94

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